Una cernia di nome fortunato

Esperienze d’immersione: articoli dei nostri lettori che vogliono raccontare un viaggio, una crociera, ma anche una semplice immersione o un argomento tecnico

di Camillo di Carlo

Incontro ravvicinato con lo squalo.

D’inverno topi di biblioteca, d’estate frenetici “corridori da mar” e scapicollati frequentatori del Sesto Continente. Così, avendo scelto un puntolino sulla carta nautica del basso Tirreno, vi approddammo il primo luglio di un irripetibile quanto lontano 1960.

I pochi isolani e i rari villeggianti sgranarono tanto d’occhi alla vista del nostro armamentario; ma la loro meraviglia aumentò di molto non appena si resero conto della nostra quotidiana fatica per noi gioiosa e solerte, per loro inusuale e quindi sospetta: sono convinto che mai avevano visto degli “intellettuali” lavorare così sodo.

Che fossimo degli “intelettuali” l’aveva garantito Don Gennà in persona, l’albergatore, unico e incontrastato “patron” di quel piccolo paradiso nostrano.

“Ma come, – ci disse premuroso il giorno dopo – ‘na professoressa d’università, n’architetto e ‘nu medico cumm’a vvuie, debbono faticà tanto!? No, non è cosa! Mò vi mando ‘nu guaglione e vvuie non faticate cchiù!”.

– “Grazie, Don Gennà, grazie di cuore, ma dobbiamo fare da soli.”

Così, seguiti sempre dal solito generale stupore, ogni mattina, caricato personalmente il gommone, partivamo baldanzosi nel primo sole.

La baia splendeva di luce e profumava di macchia mediterranea.

Usciti dal porticciolo costeggiavamo per un pò l’alta scogliera che ogni tanto si apriva al mare con spaccature e grotte ricche di seducenti promesse… Ci accontentavamo di sbirciarle passandovi accanto, per un attimo rubando un’eco irridescente alla loro sonorità profonda, e via a tutto gas verso la secca dei nostri sogni.

Quelle che seguirono furono giornate faticose, di ricerca minuziosa condotta a volte in condizioni proibitive: la secca molto vasta, gli scogli frastagliati e aguzzi affioranti con mare appena mosso, ci rendevano dura la vita. Quando a sera rientravamo stanchi, con le mute strappate e qualche graffio sulle parti scoperte, la nostra piccola ma curiosa platea ci guardava sempre più stupita e perplessa. A insospettirli non era tanto il nostro armamentario da sub, quanto la presenza a bordo del nostro gommone – il glorioso, vecchio Luccio della Garma – di un fusto da 200 litri, di quelli che, allora, ancora si usavano per il trasporto spicciolo di carburanti vari. Gli avevamo tolto il tappo quindi era vuoto e certo non poteva servire al trasporto di miscela per il motore! Al suo bordo superiore, avevamo assicurato quattro robusti fili di ferro della giusta lunghezza, congiunti alla fine in un solido moschettone: era il nostro pioneristico montacarichi subacqueo.

Nessuno poteva allora immaginare tanta ingegnosità.

– Dottò, ma la cernia, addò stà?

– Commé, ancora non l’avete presa?

– Masculo è! – ghignava tra i denti un anonimo “estimatore”.

Benedetti! Non s’erano accorti che al nostro armamentario mancavano, ahinoi, proprio i fucili.

Un pò matti lo eravamo davvero.

Dopo sei giorni di minuziose ricerche avevamo finalmente scoperto il canalone giusto, canalone che subito battezzammo col pomposo ma beneaugurante nome di “via delle anfore”.

Come cani da tartufo “sentivamo” che la nostra costanza sarebbe stata premiata.

8.7.1960 – Settima giornata di immersione. Tempo splendido come al solito. Mare forza 2. Vento moderato da nord-ovest.

Ci tuffiamo tutti e tre contemporaneamente. Unica saggia precauzione, quella di raddoppiare l’ancoraggio. Ci ritroviamo così, in tre, al solito appuntamento sull’ancora già bene agguantata. Da qui avanziamo di coccio in coccio lungo un declivio deciso. Nené, l’occhio incollato alla cinepresa, gira le prime fasi dell’immersione. Luigi, carico di strumenti chiusi in una sacca che porta sotto braccio, procede veloce. Prendo una lampadina, la innesto sul flash della mia Rolleimarin e continuiamo a scendere pinneggiando dolcemente.

A -10 l’acqua è ancora lattiginosa per le molte particelle che dall’alto la risacca rimesta in vortici disordinati.

A -20 la visibilità peggiora. Nené è alla mia destra: non la vedo perchè arretrata, ma sento lo sfrigolio della sua cinepresa. Mi guardo intorno a cercare Luigi: vorrei ricevere un suo ok, ma di lui nessuna traccia.

A -30 uno spettacolo inconsueto: una ciclopica frana sgrana i suoi massi lungo un declivio che a tratti si fa precipite. Dappertutto anfore schiacciate a libro: il tempo ha calcinato quelle pagine di storia trasformandole in conglomerati archeologici ormai illeggibili.

La cinepresa non sfrigola più; la luce è insufficiente e tutto il paesaggio, muto testimone di un’antica tragedia, incute un religioso rispetto: i grandi massi lavici, viscidi e senza vita, sembrano nude pietre tombali di una strana e sconvolta necropoli. Tra un masso e l’altro vivide fosforescenze mentono i fuochi fatui di cimiteri d’altri tempi.

A tratti il lampeggiare del mio flash accende improvvisi i rossi, i gialli, i viola nascosti negli anfratti; ma è un attimo, poi tutto ripiomba nella semioscurità di sempre. Lentamente riprendo a pinneggiare, sempre più in basso, e d’un tratto, una calda bianca luminosità liberatoria mi avvolge e mi ridona fiducia.

Controllo il profondimetro: siamo a -50 quando mi sento afferrare un braccio: è Luigi, finalmente! La sua è un’apparizione attesa e già sono sul punto di preoccuparmi per il suo evidente stato di agitazione quando mi mette sotto il naso qualcosa.

Faccio fatica a farmi consegnare la “cosa” che, incredulo, rigiro tra le mani: è una magnifica lucerna a olio decisamente romana. L’accarezzo, la riguardo ancora con amore e con un pizzico di invidia, quindi la restituisco al suo Aladino che felice punta deciso verso il plateau sabbioso facendo perentoriamente cenno di seguirlo. Pinneggiamo vicinissimi contagiati dalla medesima frenesia, quand’ecco la bella realtà d’un sogno lungamente vagheggiato e sofferto: stiamo sorvolando le vestigia di un relitto dell’antichità, quanto, dopo qualche millennio ancora resta di una bella e sfortunata nave romana: una quantità immensa di anfore cilindriche, mai viste tante, inclinate a 45 gradi, stipate l’una contro l’altra e saldamente trattenute dalla sabbia che le fascia quasi sino al collo.

La sagoma del relitto si stende per una trentina di metri lungo un dolcissimo declivio, ortogonalmente alla linea costiera. Ci spostiamo trascinandoci di collo in collo evitando di pinneggiare per non turbare la trasparenza dell’acqua. Al nostro passare polpi e murene si ritirano frettolosi nei loro comodi nascondigli, e salpe giganti guizzano qua e là a frotte; più in alto, contro la pallida luce lontana, la solita nuvola di castagnole.

Superato il primo incantato stupore richiamo l’attenzione dei miei compagni indicando ora e profondità. Luigi, bussola alla mano, rileva alcuni punti salienti, annota altri dati. Io scatto l’ultima foto, e iniziamo la lenta risalita. Ci riaccostiamo ai massi franati col proposito di dare un’occhiata al versante più a nord e sfruttare così il tempo che, altrimenti, si sarebbe sterilmente spesso in noiose tappe di decompressione.

Ad un tratto, improvvisa, una strana sensazione: un brivido sottile lungo la schiena, come un gelido filo d’acqua! Allargo le braccia per impedire ai miei compagni di proseguire.

Non li vedo, ma li tocco con le mani.

Come obbedendo ad un unico comando anche gli erogatori interrompono il loro flusso ritmato. Intorno, un agghiacciante silenzio: a qualche metro da noi, puntando il muso aguzzo verso una tana ai piedi della frana, uno squalo enorme scivola silenzioso, incurante di noi. Nené si svincola dalla mia stretta e, risalita di qualche metro, impugna la cinepresa che inizia a sfrigolare. Mi volto verso Luigi: ha già il coltello in mano e neppure ho la forza di sorridere per quella mossa spavaldamente inutile, anzi lo imito. Sono istanti, ma quando torno con lo sguardo faccio appena in tempo a vedere la grande coda falcata sparire in quel nulla dal quale era venuto.

I nostri erogatori riprendono a pulsare, forse solo un pò più celermente.

Ma perché la cinepresa sfrigola ancora? Che la paura abbia anchilosato il dito di Nené?

Macchè! Nené pinneggia calma e sicura verso una tana sulla cui soglia boccheggia stupita una cernia maestosa.

– Ma come – sembra chiederci il grosso cernione – non c’era nei paraggi un … figlio di cane?

– C’era! E come! – ridiamo gorgogliando nel boccaglio – siamo noi che ti abbiamo salvato, caro signor Fortunato, e il rumore della cinepresa ha poi fatto il resto!

La luce non è sufficiente a immortalare la scena, ma tu gira lo stesso, Nené, gira e, lentamente, risali. Lui, fortunato, ha la sua tana; noi no, e lo squalo, non più infastidito, potrebbe pur sempre tornare!

La cinepresa sfrigola, noi risaliamo, e “Fortunato” il grosso cernione dagli occhi basedoviani ci guarda sempre più stupito; accenna a seguirci ma subito ci ripensa e si rintana.

Gli lancio un’ultima occhiata e gli grido felice:

– Fai buona guardia, Fortunato! Domani torno con tanto di lupara (io che mai ho sparato a un pesce) e ti porto polpi e banane!.

Quando in albergo raccontiamo l’esaltante avventura e dichiariamo il proposito di allevar cernie, ci rendiamo conto di esserci messi in tasca, per sempre, la patente di irrecuperabili svitati.

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