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Ciccio e le piccole mante

Vi regalo questo piccolo dono perché possa aiutarvi a sganciare la marcia del pensare e allietare, anche se per un attimo, l’animo che spesso trascuriamo. Rocco Chinnici

Era da poco spuntata l’alba, e la scogliera quel giorno sembrava postain modo diverso, forse a causa della marea; si dice che la luna e ilsole influiscano con la loro attrazione a determinarla: bassa, o altache sia.

Mi chiesi se durante la notte appena trascorsa la luna non avesse avutoproprio la “luna per traverso”, o che col sole… Il mare, sembrava chenon l’avessero proprio disturbato; certo! Avrà litigato col sole! E ilmare… sì, era il mare che rendeva diversa la scogliera.

Avrei voluto chiedere a Ciccio, vecchio gabbiano color cenerognolo,sempre addossato alla cima del grande scoglio, perché tanto stranoappariva quel luogo dove egli, incurante dei nebulosi pensieri,adagiato, guardava il mio rituale scendere mattiniero. Ciccio sapeva chestavo recandomi a pesca, lo sapeva ed era contento ogni qualvoltaapparivo di buon mattino dall’alto della spiaggia con i remi in spalla ela cesta col palamito , muoveva le ali come a voler battere le mani esubito mi era dietro la barchetta volando quasi a sfiorarla. Sapeva cheogni tanto, mentre innescavo gli ami mandandoli a fondo, gli lanciavouna delle sardine pescate il giorno avanti, e che avrebbero dovutoessere esca del piccolo… si fa per dire, palamito (quattrocento ami).

Mi era compagno di pesca il vecchio Ciccio, non riuscii mai a capire seegli lo facesse per darmi compagnia o perché sapesse di guadagnarsi deiprelibati bocconcini; io, se devo essere sincero, mi sentivo più sicuronel vedermelo accanto. Il mare è un mondo meraviglioso e non si può nonamarlo, bisogna che tutti lo conoscano per apprezzarne di più le suebellezze naturali e persino i suoi malumori; e, a proposito di malumori,ricordo quanto dettomi da un vecchio lupo di mare intento a rammendar lereti sulla spiaggia, mentre il mare in bonaccia invitava i bagnanti aristorarsi dalla calura estiva. Era terso quel giorno il cielo, ricordo,e non v’era nessun alito di vento. D’un colpo egli, senza che ve nefosse la ragione, guardò in aria col suo sguardo profondo che sembravapenetrare i perché della vita, e con un sereno sorriso mi disse che dalì a poco il mare avrebbe fatto un rigurgito. Io non feci in tempo acapire quanto voleva dirmi che subito scese il vento; il mare cominciòad incresparsi da far paura.

Io lo guardai meravigliato preoccupandomi per chi, inesperto, aveva dapoco preso il largo con qualche piccola imbarcazione.

“Non preoccuparti” continuò, con quel suo viso scarno e sereno. È soloun rigurgito. Quanto più dura la bonaccia, tanto più sente, il mare, difare questo rigurgito: è come quando ci troviamo a fare delle lunghemangiate,” cercava di spiegarmi, mentre io guardavo stupito il suovolto, pregiata opera di quel grande scultore ch’è il tempo “e poi…sazi, emettiamo un piccolo rutto.

Un grosso strattone mi distolse da quel dolce pensare: che fare,continuare a mandare a fondo gli ami o tirare per vedere cosa avevaabboccato di grosso? A finire mancavano solo una trentina d’ami; decisicosì di continuare a mandare giù il palamito, e subito ricominciare atirar su dal primo amo.

Quel giorno sembrava voler promettere bene, cominciai a prendere dei beipesci; ogni tanto n’affiorava qualcuno monco, mangiucchiato da qualchecalamaro o pesce più grosso, e Ciccio, della disgrazia, sembrava goderemolto: sapeva che il rimasto di quel pesce glielo avrai buttato inpasto, era già diventato un tacito accordo.

Avevo già fatto una bella pesca: orate, qualche merluzzo, spigole… madi quello strattone ancora non se ne sapeva nulla; che forse s’era”sboccato”? Ecco che lo risentii! Ci siamo, mi dissi. Avvicinai ilretino per evitare che il pesce a fior d’acqua potesse sfuggire, econtinuai a tirare su gli ami cercando di “dare” lenza quando il pescesi ostinava a salire, mentre io guardavo in fondo cercando di capirecos’era che tirasse tanto.

Il sole cominciava a farsi “sentire”; Ciccio era intento a finire illauto pasto, quand’ecco che dal fondo cominciò, tra uno strattone el’altro, ad intravedersi qualcosa. Mi accorsi così di aver preso ungrosso pesce rondinella: avrà pesato sicuramente cinque chili, ecco ilperché dei grossi strattoni. I colori meravigliosi delle sue ali apertemi affascinavano tantissimo. Feci una gran fatica a farlo entrare nelgrosso retino, e quando lo adagiai dentro, sul fondo della barca, rimasiincantato ad osservarlo. Continuai a tirare su gli ami rendendomi contoche non era quello il punto in cui avevo sentito il robusto strattone;in quel punto rimanevano appena trenta ami da mandare a fondo, mentre datirare ce n’erano ancora quasi cento. Ripresi, con la speranza che ilgrosso pesce non si fosse sboccato, tolsi dall’amo un altro mezzo pesceche buttai a Ciccio, il quale dall’alto osservava senza che glisfuggisse niente.

Gli ami venivano su senza esca e con una leggerezza strana, era come seil letto del palamito lo avessi steso a galla anziché mandarlo a fondo;ma… è “a galla!” urlai, tanto che Ciccio dall’alto mi guardòmeravigliato. Gli ami non venivano su, galleggiavano tutti; che si fosserotto il filo legato alla zavorra che fa scendere il palamito a fondo?Guardai avanti e vidi che galleggiava qualcosa di massiccio; cosa potevaessere, se non dava nessun segnale? Lentamente raccoglievo gli ami, e miavvicinavo sempre più a quello che non riuscivo a capire che pescefosse; luccicava nel sole settembrino da sembrare… sì, era propriolei, una manta! Una grossa manta. Non sapevo che fare, se tirarla inbarca o cercare di farla andare; e come, se non prima avessi toltol’amo? Non potevo tagliare il bracciolo; le sarebbe rimasto attaccato inbocca l’amo. Pensai di tirarla su, cercando di non farmi prendere dalpungiglione che aveva in punta, sulla coda.

A stento, aiutandomi anche con i remi, riuscii a metterla in barca:tanto era grossa che prendeva quasi un quarto di barca; subito lecominciò ad uscire acqua dalla parte bassa, acqua e sangue… sangue?Non è che… vidi venir fuori, da sotto il gran peso, delle piccolissimemante, ognuna grande quanto l’apertura di una mano; cinque in tutto,cinque piccole mante che, a guardarle, vorrei che il tempo si fermasse,per come ferme ed impresse sono rimaste nella mia mente quelle immaginiche non mi lasceranno più.

Mi feci animo, presi la grossa manta e la rimisi in acqua; pian piano lemisi accanto uno a uno i piccoli che subito nuotarono, portandosi sottola loro mamma, come i pulcini alle loro chiocce. Mi guardava, ed io noncapivo se era un saluto o un volermi dire “grazie”; era strano il fattoche rimanesse così tanto immobile.

Ripresi a remare lentamente per finire di raccogliere il resto delpalamito, quando vidi che lei mi seguiva con quei soavi movimenti,mentre sotto, i piccoli, adombrati, seguivano lenti la madre checontinuava a fissarmi; non riuscivo a capire il senso del suo stranoatteggiamento. Mi abbassai per prendere un amo che s’era conficcatonella cassetta, dove tenevo il pescato, e con stupore vidi dietro lacassetta una piccola manta, la sesta, di cui non mi ero accorto prima.

La presi e la adagiai sul mare; la grossa manta aspettò che il piccolole andasse sotto come gli altri, e lentamente s’inabissarono nel loromeraviglioso mondo.

Non capii il perché dello strano episodio avvenuto in barca; forse lapaura aveva sollecitato in lei il parto, o… chissà. Una cosa è certa,che quanto successo è stato per me un sogno, un sogno ad occhi apertiche non dimenticherò mai. Tirai il palamito e remai, con Ciccio cheripeteva il suo verso, chissà, forse un saluto, l’ultimo, alla felicefamigliola marina che come me faceva ritorno a casa.

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