Pagri e gelosia

Con un piccolo gozzo di legno, lungo appena sei metri, a pesca di pesci pagri.

Capo Scalambri e la sua minuscola “isola”: pochi scogli a formare un riparo naturale, rifugio di gabbiani e faedri, fondali ricchi di pesci, molluschi e ricci.
Per chi transita sulla strada provinciale che va da S. Croce Camerina a Marina di Ragusa, è quasi doverosa una breve sosta a Punta Secca, e sono molti quelli che se ne innamorano. Per me l’amore dura dal 1967. Il paese, in inverno, sonnecchia. Per merito della nautica da diporto, negli ultimi anni sembra però aver ritrovato, anche durante la stagione fredda, la vivacità di un tempo, di quando esisteva, fiorente, la lavorazione della sarda. Il nucleo dei residenti abituali è aumentato, funziona per tutto l’anno un ottimo ristorante, il bar nella piazzetta del faro è stato rinnovato ed ampliato; ma, con l’inverno, l’atmosfera torna ad essere quella di tanti anni fa: si prende un caffè e si parla di pesca. Alla sera, il tressette e lo scopone accompagnano le lusinghe di questo mare e di questa gente schietta e appassionata, arsa dal sole, generosa e … gelosa!

“Tussi e amuri nun si possunu ammucciari”, dicono da queste parti.Ed è vero, non si possono nascondere; e, credo, sia impossibile descrivere compiutamente l’amore per il mare che c’è all’ombra del faro di Capo Scalambri. Amore che ha consentito la nascita di un circolo nautico e di un porticciolo turistico che favorisce lo sviluppo di una nautica da diporto particolarmente felice per il clima e per i … pesci!La gelosia (per i pesci, s’intende) è un sentimento che qui si vive con bontà e che accresce lo spirito di emulazione, stimola la fantasia, fa compiere atti che sarebbero altrimenti incomprensibili.Ricordo ancora un’ “insospettabile” che esibiva una cesta apparentemente piena di fragolini (pagelli) ma il cui fondo era stato sapientemente riempito con alcune spirali di una grossa cima. Eppure si trattava di un ottimo pescato, ma era scattata in lui la voglia di strabiliare e l’occasione era quella giusta.

Nessuno si sottrae a questo desiderio di esibire la preda né può trattenersi dal gettare un’occhiata furtiva e gelosa al pescato del vicino.
Fino a qualche anno fa si era in pochi ad andare a pesca in quel tratto di costa antistante il Capo Scalambri. Ora siamo più numerosi e con ben altre barche ed attrezzature; ma i pesci continuano a rallegrare le nostre uscite in mare qualunque sia il tipo di pesca praticata.
Nel periodo che mi torna in mente, nel quale alcuni pescatori sportivi non erano ancora riusciti ad individuare esattamente in quale punto della secca andavo a pescare i meravigliosi pesci pagri che portavo a terra, la mia barca, un gozzo di legno di circa 6 metri, era lenta e per sfuggire agli appostamenti uscivo ad orari sempre diversi, molto prima dell’alba, con le luci spente.
Navigando alla velocità di circa 6 nodi a 245 gradi, il tempo d’arrivo era stimato in circa un’ora e trenta minuti. A metà del tragitto il mare aveva cominciato a muoversi ed il vento a rinforzare, ma io continuavo a navigare poiché il barometro che avevo ed ho ancora in casa, consultato prima di uscire, mi aveva confortato. I pesci volanti si libravano sotto la luce, fino ad allora maliziosamente spenta, concludendo il loro volo molto più avanti della prua. Strani pesci con il desiderio di essere uccelli.

Arrivato sul posto, attesi ancora per verificare le condizioni del mare; poi cominciai le operazioni di cala. Quando si è soli a bordo bisogna avere tutto predisposto ed a portata di mano. Calato il segnale e la bandiera, attesi che la mazzara di circa 3 chili scendesse a 114 metri di profondità e si adagiasse sul fondale fangoso; poi mi lasciai trascinare dalla corrente e dalla leggera maretta che già si era formata mossa dal vento e che mi portava verso levante. Innescavo velocemente, svolgendo rapidamente la lenza madre per anticipare l’uscita degli ami rispetto alla deriva della barca.
Alle sei il palamito era tutto in acqua: 150 ami Mustad ritorti n°7 innescati con seppioline molto invitanti, esca meno profumata della sarda ma ideale per le profondità maggiori.
Il mare continuava ad aumentare ed io mi lasciavo andare a corrente finché l’orza di levante era in vista, poi mi riavvicinavo: sapevo bene quanto poteva essere pericoloso perdere di vista i segnali. Scrutavo il sorgere del sole con fiducia, perché placasse il mare. Intanto, per due volte, si era avvicinato un branco di delfini, girando intorno alla barca facendo la ruota o correndo sotto l’onda di prua, mentre mi riaccostavo al segnale.
I delfini non sono un incontro difficile in quel tratto di mare. In un’occasione, proprio nell’agosto del 1995, Simone, giovane amico surfista, ospite a bordo per una battuta di pesca, aveva guardato a lungo un delfino, occhi negli occhi, steso sulla tuga di prua mentre il delfino pinneggiava sotto la barca. Credo che non lo dimenticherà per tutta la vita!

Il mare, dicevo, continuava ad aumentare e la prudenza mi suggeriva di tornare rapidamente a terra.Temevo però di non ritrovare i segnali: allora il GPS era ancora poco utilizzato, io comunque non l’avevo, ed il rischio era concreto. Ma la situazione peggiorava facendo pensare ad un fenomeno locale, ma non per questo meno pericoloso, ed alle otto le condizioni del mare non mi avrebbero consentito comunque il recupero dell’attrezzo, soprattutto perché ero da solo.
Misi a malincuore la prua verso il faro ma il vento da ponente mi investiva già con discreta forza e qualche ondata andava “accompagnata” timonando con accortezza.
Arrivato sottocosta il fenomeno si era attenuato consentendomi di entrare nel porticciolo usando l’ingresso di ponente. Con mare già formato era impossibile entrare a ponente e bisognava, allora, utilizzare l’ingresso a levante, attendendo accanto al riparo dell’isola che l’onda spianasse per attraversare a tutta velocità un breve tratto di mare e rifugiarsi nel porticciolo.

Pietro era l’unico pescatore professionista della zona; uomo che ancor oggi, ancorché affiancato da altri che traggono dal mare le maggiori risorse per vivere, considera il mare come un amico da amare e da rispettare.
E fu a lui che mi rivolsi per tornare, nel primo pomeriggio, a riprendere il palamito. Il mare era calato e di molto, le previsioni erano buone;ma la leggera maretta rimasta, che al largo poteva essere maggiore, consigliava di essere in due per superare eventuali difficoltà di manovra durante il recupero.
Navigavamo in silenzio. Il mare sembrava fatto di vetro frantumato che luccicava al sole creando effetti di luce strabilianti.Ero in pensiero per i segnali e Pietro scrutava l’orizzonte con la sua vista acuta e, soprattutto, abituata dall’esperienza.Guadavo quell’uomo semplice e pensavo alla sua vita, alla perenne convivenza con il mare, alla sua abile manualità per affrontare ogni riparazione sulle barche o sui motori, alla capacità di usare l’ascia da intaglio.

La bussola continuava a dirmi che la rotta era giusta, ma i segnali non si vedevano. La tensione si allentò quando Pietro avvistò il segnale di ponente. L’altro segnale, cioè quello calato a levante, non si vedeva. Recuperando la mazzara la trovai pulita, ossia priva di quelle tracce di fango che avrebbero dovuto esserci.
Avanzammo l’ipotesi che a causa della corrente e del mare, la pietra fosse risultata leggera ed avesse scarrocciato. La lenza madre, in effetti, non seguiva più la traiettoria nella quale l’avevo calata al mattino; anzi tendeva a disporsi verso il largo.Alzando gli occhi vidi l’orza di levante, almeno così l’avevo calata, e capii che il palamito aveva effettivamente scarrocciato fermandosi poi a ridosso dei primi scogli della secca. Sembrava però sufficientemente steso per essere recuperato senza danni: non pensavo di trovare pesci.Il primo colpo lo avvertii dopo una ventina di ami: era un colpo deciso e prolungato, tipico del grosso pagro quando dà una testata verso il fondo per liberarsi dell’amo che lo trattiene. Poi la lenza madre si “incaramò” al fondo, presumibilmente incastrandosi sotto qualche roccia. Usando il cordino da 1,2 mm, la probabilità che si recidesse era molto più che un timore.
Pensai che potevano esserci altri pesci ma non avevo scelta e provai a tirare tenendo la barca in linea più a ponente, per favorire la eventuale fuoriuscita del filo da sotto la roccia.

Pietro mise in atto ogni manovra che la sua esperienza consigliava ma, come si temeva, il filo si ruppe; il pesce, però, lo sentivo ancora e dopo un po’ un bel pagro di oltre dieci chili affiorò ad una trentina di metri dalla barca. Lo recuperammo andando poi a salpare l’altra orza, navigando verso il largo.
Liberata la pietra dal fondo, cominciammo il recupero del palamito. Avvertivo delle vibrazioni sul cordino, molto teso ed appesantito, ma la corrente ci favoriva e non c’erano segni di ulteriori “incaramatine”.Trascorse un quarto d’ora circa e ci trovammo davanti agli occhi lo spettacolo che ogni pescatore sogna da sempre: una fila di pesci allamati al palamito, che galleggiava ormai tutto in favore di corrente, sembrava venirci incontro gioiosamente mandando luccichii argentei e rosati.Salpammo ben sei pagri, tutti di notevole taglia, e tre gallinelle di circa sette-otto chili, da aggiungere al primo pagro.Il rientro al porticciolo suscitò le normali “invidie” fra i pescatori e diede luogo ai commenti sull’abilità dei protagonisti ma chiamando, altresì, in causa la fortuna, in tutte le sue accezioni.Personalmente, credo che il mare offra prima o poi, a chi lo ama e lo rispetta, la grande emozione, non necessariamente riferita alla pesca, oltre a quelle quotidiane che sono eterne come il suo movimento.Pensa che molta di questa gente provi, all’ombra del faro di Capo Scalambri, la gelosia degli innamorati. Perché sono tutti innamorati del mare e di come distribuisce i suoi doni: ecco perché sono gelosi di un pesce che non hanno preso o di un’alba che non hanno visto.Ma il dono più grande lo ebbe il padre di Pietro che morì, vecchio, come aveva sempre sperato da giovane: seduto su uno scoglio a guardare il “suo” mare.
Lo stesso mare che continua ancor oggi a regalare pagri meravigliosi ed a suscitare le medesime emozioni nei giovani che rinnovano in lui la passione per l’avventura.

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