Montecristo l’isola proibita

Montecristo: pur avendo subito molte alterazioni a causa dell’uomo, rimane sempre uno dei luoghi più affascinanti del Mediterraneo.

D’inverno, quando soffia la tramontana e l’aria è tersa e pulita, Monte-cristo si vede sin dall’Argentario. Spunta dall’orizzonte solo pochi giorni l’anno: poi, caduto il vento da Nord, il manto di foschia che solitamente la avvolge si richiude e Montecristo sparisce silenziosamente dalla realtà. Massiccia, imponente: una torre che si erge sul mare nel bel mezzo del Tirreno. La sua struttura granitica così arcigna incute soggezione anche a distanza e contribuisce a consolidare quell’alone di inaccessibilità e di isolamento che la circonda: non stupisce che pochi, anche in passato, abbiano avuto il coraggio di vivere qui, su quest’isola dove le montagne non cedono mai il passo a vallate o a pianure dolci, dove il granito sbuca ovunque tra le macchie rade di vegetazione, dove i veri padroni sono il vento, con il falco, i gabbiani, l’ aquila, ed il mare, con le foche ed i tonni.

Oggi Montecristo è un’isola proibita. I suoi abitanti sono Paolo e Serenella, le due guardie forestali che presidiano, giorno dopo giorno, undici mesi all’anno, questi dieci chilometri quadrati di sassi, di mare, di cielo. Signori di una natura con noi aspra e con loro, i soli a saperla ascoltare, generosa. Il loro regno è un’isola dalla forma circolare; il suo perimetro, di una ventina di chilometri, è cesellato da una dozzina di cale dove il mare si tinge di azzurro e di verde pallido: Cala Santa Maria, Cala Corfù, Cala Scirocco e la minuscola ma splendida Cala Mendolina, tutte bagnate da acque dai colori più puri ed incantevoli. La forza del vento e del mare ha plasmato l’aspetto dei fianchi di questa montagna di granito: enormi “liscioni” verticali, impossibili da scalare e, più raramente, grosse frane caratterizzano le coste dell’isola, creando forme e paesaggi che per molti versi ricordano quelli della Sardegna nord-orientale. Così, ripide come si gettano in mare, le pareti proseguono con la stessa decisione verso le alte profondità sottomarine, non arrestando quasi mai la loro caduta prima dei 50, 60 metri al di sotto della superficie. Un mare che è forse…più mare qui che altrove: è più limpido (dal fondo di Punta Diavolo, quota -60 metri, quest’estate si vedeva perfettamente la superficie); è più blu, molto più blu di quello che solcavamo al nostro ritorno nella “civiltà”, il cui colore sembrava velato da una patina grigiastra.

Montecristo è un’isola proibita perché è una doppia riserva naturale: sia terrestre, sotto la giurisdizione del Ministero dell’Agricoltura, sia marina, governata dal Ministero della Marina. Due Ministeri per una sola isola! Dichiarata Riserva Naturale nel 1971 e Riserva Biogenetica dal Consiglio d’Europa nel 1977, nel ’79 le sue acque vennero proclamate “zona di protezione biologica per la foca monaca” (ma non c’è da farsi illusioni, perché l’ormai raro pinnipede non abita più da tempo queste acque). Nell’ambito della legge più ampia sul Parco Marino dell’Arcipelago Toscano, dal 1989 le acque prospicienti tutta l’isola, fino ad un miglio dalla costa, sono considerate zona A di tutela integrale; per effetto della zona B, che per legge si estende al largo della zona A, il limite di avvicinamento a Montecristo è però di tre miglia. Nessuno può penetrare all’interno di questa zona: i controlli sono costanti, le pene severe.

Cosa si può fare allora per visitare Montecristo? Esiste in teoria un limite massimo di cento persone alle quali ogni anno è consentito sbarcare sull’isola. Chi sono questi cento? Molti di essi sono ricercatori, biologi, scienziati che ne fanno richiesta per motivi di studio; fra questi, però, anche qualche gruppo di appassionati riesce ad ottenere il permesso di sbarcare a Montecristo. Le liste di attesa sono comunque molto lunghe, si parla addirittura di cinque anni.

In alternativa, da qualche tempo vengono organizzate due gite ogni estate, in partenza dal Giglio. Il punto di sbarco (l’unico) è Cala Maestra, dove sorge un moletto, e dove sono la Villa reale e la casa dei guardiani. Qui si visita la Villa; dopodiché, sotto l’attenta guida dei guardiani, ci si incammina su una mulattiera verso i ruderi del Monastero, distrutto a varie riprese dai cercatori del mitico tesoro nascosto dai frati. Subito sotto il convento si trova la Grotta del Santo, la cui entrata è adornata di semplici ex-voto. Ma qual è il mistero di questo sasso gigantesco ed impervio, che ospita una coppia di guardiani, trecento capre, qualche gabbiano ed un po’ di rosmarino? Quale il suo cuore, inaccessibile, protetto per secoli dalla dura scorza del granito, dalla forza del vento e dalla potenza del mare?

L’incanto di Montecristo è figlio del suo isolamento, che la abbandona in balia degli elementi oggi, alle soglie del Duemila, come mille anni fa. E’ sorella della solitudine dei mesi invernali quando il sole, basso sull’orizzonte, arriva appena a scaldare Cala Maestra: una prigione a cielo aperto per alcuni, una compagna ed un’ amica per Paolo e Serenella. E’ con l’isolamento e con la solitudine, con il granito e le onde, che Montecristo, pur violata e talvolta violentata, ha resistito ad ogni colonizzazione. Ed è giusto che oggi rimanga così isolata e solitaria, com’è sempre stata, ma anche protetta e curata. Perché, se è vero che essa non è più un’isola pura dal punto di vista biologico, e non è più rappresentativa della identità mediterranea, noi, assieme al granito di Montecristo conserviamo un prezioso frammento di pura magia che, nell’Italia del Duemila,è ancora dominio dei gabbiani, delle aquile, del vento e del mare. E questo, non è davvero poco.

Storia ed Archeologia

Furono forse gli uomini di Neanderthal i primi a scoprire l’isola di Montecristo. Durante la preistoria altre tribù la visitarono; ma fu soltanto con gli Etruschi (che, nell’Età del Ferro, sfruttarono le immense foreste per ottenere il legname per la siderurgia) che ebbe inizio la storia ufficiale dell’uomo a Montecristo. Fenici e Cartaginesi vi sostarono temporaneamente, ma la natura poco ospitale scoraggiò sempre un insediamento umano costante.

Ai Greci si deve il battesimo dell’isola: il suo primo nome fu Ocrasia. I Romani la chiamavano invece Mons Jovis, e dal fianco del Monte di Giove estrassero il granito necessario alla costruzione delle ville patrizie di Giannutri, del Giglio ed anche dell’Elba. Diverse navi romane giacciono ancora oggi con il loro carico su questi fondali.

Nel 445 d.C. si rifugiò sull’isola San Mamiliano, arcivescovo di Palermo, perseguitato da re Gensenerico. La leggenda vuole che il Santo avesse ucciso il drago che abitava la vetta più alta dell’isola alla quale, passata finalmente sotto l’ala protettiva della Cristanità, venne imposto il nuovo nome di Montecristo. Nel V secolo vi si stabilì in permanenza una comunità di eremiti, che vissero per diverso tempo nella “Grotta del Santo”: i seguaci di San Mamiliano divennero successivamente, per disposizione del papa Gregorio I, monaci benedettini; ad essi si deve, intorno al 600, la costruzione del Monastero. La comunità religiosa acquistò nel tempo un’autorità ed un’importanza notevoli e, nel 1216, da benedettini i monaci diventarono camaldolesi.

Fu in questo periodo che andarono accumulando un mitico, favoloso tesoro (ispiratore delle vicende del romanzo più celebre dell’Ottocento, “Il conte di Montecristo”, di Alessandro Dumas) che diventò per molti una vera ossessione. Alcuni storici sono convinti che il tesoro dei monaci fu depredato dai corsari del turco Dragut nel 1553, dopo aver messo a fuoco l’isola ed il convento, ed aver ridotto in schiavitù i monaci ed i pochi coloni. Stando alla leggenda, invece, i monaci avrebbero trovato il tempo di nasconderlo prima del saccheggio dei saraceni. Montecristo rimase nei secoli successivi il rifugio temporaneo di pirati e ladroni.

Saltando di un paio di secoli, si giunge a Jaques Aubrial ed a George Watson Taylor, successivi proprietari di questo scoglio granitico. Ciascuno vi introdusse numerose essenze vegetali estranee: alberi di agrumi, piante ornamentali ed anche l’ailanto, una pianta che, in mancanza di competizione e di predatori, si è riprodotta a tal punto da diventare una vera e propria peste. Si deve a Watson la costruzione della Villa di Cala Maestra, nell’unico approdo agevole dell’isola.

Nel 1889 Montecristo passò nelle mani del marchese Ginori il quale la tramutò in una riserva di caccia personale. In occasione di una battuta alla quale era stato invitato, il re Vittorio Emanuele III si innamorò a tal punto dell’isola da farsi cedere ogni diritto su di essa: divenne così un possedimento reale nel quale vennero introdotti mufloni sardi e capre di origine montenegrina.

Dopo l’ultima guerra, l’isola fu nuovamente abbandonata fino agli anni Sessanta, quando la società Oglasa ne assunse il controllo con l’intento di costruirvi un residence esclusivo. Ma contro questo tentativo si schierarono l’opinione pubblica e la comunità scientifica italiana e il 21 maggio 1971 essa venne dichiarata Riserva Naturale dai ministeri delle Finanze, dell’Agricoltura e Foreste, e della Marina Mercantile. Anni più tardi, il Consiglio d’Europa proclamò Montecristo “Riserva naturale biogenetica”.

Inquadramento geologico

Un’isola nel mezzo del Tirreno. O meglio, un imponente blocco di granito che emerge da fondali di centinaia di metri. La sua esistenza è legata direttamente a tutti quei fenomeni orogenetici che hanno provocato la formazione delle catene montuose della penisola italiana. Alla fine della orogenesi, infatti, si sono verificate grosse fusioni di materiali nel profondo della crosta che hanno causato la formazione di grossi corpi intrusivi, successivamente sollevati e portati a giorno da fenomeni erosivi.

Ma vediamo più in dettaglio cosa è successo. Cerchiamo, dunque, prima di tutto di chiarire come si forma un granito, ossia la roccia che compone in massima parte l’isola di Montecristo.

Nel corso di un’orogenesi, ossia di quel complesso fenomeno che ha come risultato evidente la formazione di una catena montuosa, può capitare che alcuni frammenti di crosta vengano trascinati in profondità. E’ intuitivo comprendere che le condizioni di pressioni e temperature via via più estreme tendono a fondere la roccia. Naturalmente la fusione non è simultanea, interessando tutto il blocco allo stesso momento, ma interesserà selettivamente tutti i diversi minerali presenti nella roccia stessa. Si formeranno allora delle gocce di materiale fuso che si muovono attraendosi l’una con l’altra fino a formare una grossa massa di materiale dalle caratteristiche più o meno omogenee. Questo blocco tenderà a risalire a causa della differenza di densità con il materiale circostante fino a raggiungere una situazione di equilibrio e dunque arrestarsi e raffreddarsi restando ancora all’interno della terra. Proprio questo raffreddamento lento crea le condizioni ideali per la formazione di cristalli di grandi dimensioni.

Questo, in sintesi, quello che è successo alle rocce che oggi costituiscono l’isola di Montecristo, in un periodo compreso tra i cinque e i sei milioni di anni fa, durante il Cenozoico.

Un sollevamento regionale legato all’apertura del Tirreno e una successiva fase erosiva hanno dato all’isola l’aspetto attuale. Le rocce di Montecristo contengono quarzo, feldspati e plagioclasi. Talvolta si trovano filoni con abbondanza di cristalli di questi minerali di grandi dimensioni, in passato molto ricercati dai collezionisti. E’ possibile anche trovare cristalli di tormalina fino a quindici centimetri.

Parlando di minerali, vale la pena citare l’affioramento di ofioliti che si trovano a Punta Rossa. Le ofioliti sono delle rocce verdastre dalla storia molto particolare, in quanto rappresentano dei frammenti dell’antico fondo oceanico. La storia geologica di Montecristo è comune con quella dell’isola d’Elba e del Giglio, dove si trovano rocce granitiche dello stesso genere.

Flora e fauna terrestre

Chissà per quale ragione, opinione pubblica e scienziati fecero fronte compatto contro chi la voleva trasformare in club esclusivo. Si sosteneva che Montecristo, essendo l’ultima oasi naturale e selvaggia del Tirreno, non poteva e non doveva diventare patrimonio esclusivo di un gruppo di pochi fortunati. Il che sarebbe giustissimo, ovviamente, tranne per un solo piccolissimo dettaglio: e cioè che Montecristo tutto è, tranne che “naturale”. Un paradosso? No. E’ la realtà di un’isola cui l’influenza umana ha quasi cancellato il volto mediterraneo: insomma, Montecristo non è più il prototipo dell’isola incontaminata.

Non lo è più sin dai tempi degli Etruschi, che attaccarono gli sterminati boschi di lecci che allora la ricoprivano interamente. Non lo è più da quando il francese Aubrial e l’inglese Watson vi introdussero piante ornamentali esotiche che, in mancanza di predatori, si moltiplicarono a dismisura. Né lo è più da quando il re Vittorio Emanuele III vi introdusse capre e mufloni, formidabili nemici delle piante originali dell’isola; ma forse la colpa non fu solo del monarca, perché ad importare le capre ci avevano già pensato i monaci intorno all’anno Mille. In origine, Montecristo aveva un aspetto totalmente diverso da quello attuale: era ricoperta da fitti boschi di lecci (Quercus ilex), da boscaglie di erica arborea, che si sviluppa fino a sei metri di altezza, da mirto (Myrthis communis) e da corbezzolo (Arbutus unedo).

Attualmente, le piante più diffuse sono, oltre all’erica arborea, l’erica da scopa (Erica scoparia) ed il rosmarino. Abbondanti sono anche il cisto marino (Cistus monspliensis), che fiorisce in primavera, ed il teucrio (Teucrium marum), mentre il corbezzolo è sempre più raro.

Dell’antico bosco di lecci rimangono oggi solo pochi esemplari, confinati e protetti nella Valle dei Lecci: senza protezione, capre e conigli, introdotti dall’uomo, ne divorerebbero ghiande e germogli. Completamente estranei alla flora mediterranea sono anche le piante ornamentali importate nei secoli scorsi: pini d’Aleppo (Pinus halepensis) e pini domestici (Pinus pinea), eucalipti australiani (Eucalyptus globulus, Eucalyptus lehmanii, Eucalyptus cornuta), confinati tutti a Cala Maestra; mentre l’ailanto (Ailanthus altissima), destinato anch’esso al giardino della Villa, si trova ora inselvatichito per tutta l’isola: un successo biologico, il suo, dovuto alla mancanza di predatori e di concorrenza.

Per quanto riguarda la fauna di Montecristo, onnipresenti sono le capre. Un nucleo endemico di capre probabilmente non è mai esistito: quelle che oggi saltano tra i massi granitici discendono da quelle importate sull’isola dai monaci. Anche il coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus), come pure il ratto (Rattus rattus frugivorus) vennero introdotti dall’uomo, con risultati catastrofici. Endemica dell’isola è, invece, la vipera di Montecristo (Vipera aspis montecristi). Vi nidificano anche diverse colonie di gabbiani: il gabbiano corso (Larus auduinii) e quello reale (Larus argentatus); le berte (Puffinus puffinus), il marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis desmaresti). Sono presenti anche il falco pellegrino (Falco peregrinus brookei) e l’aquila del Bonelli (Hieraetus fasciatus). Una nutrita popolazione di foca monaca (Monachus monachus) abitava un tempo le acque dell’isola, ma ora non esiste più.

Fauna Subacquea

Geograficamente l’isola di Montecristo fa parte dell’Arcipelago Toscano e geologicamente presenta molte affinità con le isole del Giglio e dell’Elba. Sarebbe dunque lecito aspettarsi delle biocenosi non troppo differenti da quelle che popolano i fondali delle sue due “sorelle”. Queste considerazioni rendono particolarmente interessante l’ipotesi dello studio e della osservazione dei fondali di Montecristo e di un successivo confronto con quelli delle altre isole meno protette e più vicine alla “civiltà”. Appena messa la testa sott’acqua si ha subito una fortissima impressione: la trasparenza dell’acqua assolutamente irreale, la natura così verticale della roccia ed il suo colore chiaro danno la sensazione di trovarsi appesi sulla parete di una montagna altissima.

Uno spettacolo emozionante, dunque, sicuramente impressionante, ma che forse provocherà una sensazione iniziale di disappunto a tutti coloro i quali si aspettano una parete coperta di coloratissimi coralli. Le nostre immersioni sono iniziate così, con una vertiginosa discesa lungo la parete spoglia, fino ad incontrare le prime rocce del fondo, cinquanta, sessanta metri più sotto. Punta del Diavolo, Punta Forata, Punta Scirocco sono stati i nostri luoghi di immersione preferiti, e ovunque, durante le nostre discese mozzafiato nell’acqua limpida, siamo stati accompagnati da abbondanza di pesce. Eravamo costantemente attorniati da immensi branchi di castagnole, a Punta Scirocco era una costante incontrare grandi branchi di dentici e saraghi come mai ci era capitato di vedere nel nostro mare. Durante la decompressione a Punta Diavolo una piccola ricciola ci veniva sempre a trovare, curiosa.

Ma oltre ad essere ricca di pesce e spettacolare per la sua morfologia, Montecristo cela sotto la superficie del suo mare tratti di fondale davvero splendidi, sempre però a profondità notevoli.

Fa eccezione punta Scirocco, dove già intorno ai trenta metri si trovano abbondantissime fioriture di gorgonie gialle e rosse, purtroppo l’ultima estate vittime dell’eutrofizzazione, quel fenomeno che ha come effetto l’eccessiva proliferazione di alghe. Un fondale molto particolare lo abbiamo trovato a Punta del Diavolo, dove sui massi giganteschi che poggiavano sul fondo di sabbia tra i cinquanta e i sessanta metri proliferavano alcuni organismi non troppo comuni: nel blu intenso del mare, spiccavano, infatti, parecchie ramificazioni color giallo brillante. Si tratta di un tipo particolare di spugna nota sotto il nome volgare di “spugna a candelabro” (Axinella sp.), una forma coloniale che vive anche sui fondali gigliesi, dove, però, viene rappresentata da esemplari molto più piccoli e non certo così numericamente abbondanti.

Le spugne sono animali filtratori e l’Axinella ha probabilmente realizzato questa forma allungata per potersi allontanare dal fondo e poter così catturare più nutrimento. Durante la notte le ramificazioni di queste spugne sono percorse da innumerevoli minuscoli crostacei, anch’essi in cerca di nutrimento.

Nel corso di un’ immersione profonda a Punta Forata abbiamo trovato parecchi rametti di corallo rosso. Eravamo a circa ottanta metri di profondità ed i piccoli polipi bianchi di questo prezioso celenterato lo rendevano facilmente visibile negli anfratti della roccia. Si trattava di rami molto esili e del tutto inutili per scopi commerciali, ma lo spettacolo che offrivano era molto bello, soprattutto perché erano circondati da elegantissimi gamberi rossi dalle lunghe antenne bianche.

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