Acque magiche

Un viaggio immaginario attraverso i tratti di costa indimenticabili del mare italiano.

Forse il difetto più grande del nostro mare è proprio quello di esistere. Di essere autentico, reale, sempre là, realmente a portata di mano. Si materializza nel breve tempo di un week end, entra nelle case dalle finestre di chi abita a Genova, Napoli o Palermo; accompagna discretamente il viaggio di quelli che si spostano in macchina da Ancona a Venezia… è sempre là, tanto che finiamo per non vederlo più, di non accorgerci della sua costante presenza nella nostra vita. E’ questo il guaio, il mare italiano è uscito dal mondo dell’immaginario, escluso dal mondo dei sogni, cacciato dai depliants delle spiagge tropicali dalla palma costantemente riversa sulla spiaggia di sabbia candida. E così noi perdiamo una parte importante del possibile godimento che potrebbe regalarci. Perdiamo tutto il “prima”, la fase del desiderio, dell’immaginazione, quel momento in cui godiamo di qualcosa che esiste, da qualche parte, ma che è stato per il momento adattato dalla fantasia al nostro ideale. Perdiamo il desiderio di esplorazione di scoperta, quel desiderio che rende il profilo di quell’isola lontana ricco di fascino e mistero, la immaginiamo segreta, irraggiungibile, pulita, inviolata… Certo, lo sappiamo, ci siamo stati cento volte, sappiamo che ci arrivano i traghetti ogni ora, che c’è un porto pieno di barche con l’ormeggiatore abusivo che pretende senza dare nulla, che ci sono i ristoranti sul lungomare… Ma quello solo nella realtà, non nell’isola della nostra fantasia.

E proprio questo vorrebbe essere il senso di queste pagine, quello di partire assieme alla scoperta del Mediterraneo che non c’è, di angoli di sogno che per ora esistono solo stampati sulle pagine di una rivista, sempre illuminati da un sole caldo e brillante e bagnati da acque limpide e tranquille. Luoghi che ci hanno colpito, che hanno colpito e stimolato la nostra fantasia, che si sono riappropriati del loro posto nel mondo dei sogni e che da quell’istante sono rimasti per sempre sotto un cielo costantemente azzurro. Lo stimolo vuole essere quello di indurre ad iniziare a sognare sulle pagine della rivista, a desiderare tra le righe del corsivo, per poi partire finalmente alla scoperta del sogno, veleggiare alla ricerca del nostro angolo di mare, di una caletta mai descritta in un itinerario nautico, godendo del riflesso del mare, dell’imponenza delle rocce, dell’odore familiare della macchia mediterranea, rabbrividendo per un refolo di vento sulla pelle bagnata di acqua salata. Tracciare una rotta che prescinde dall’affollamento dei mesi estivi, che riesce a tagliare ed eliminare tutto quello che non esisteva nel sogno, permettendoci così, finalmente, di godere in pieno della bellezza del nostro mare, che ora, ora si, esiste veramente.

Il nostro viaggio non può non partire dall'”isola che non c’è”, dalle ripide coste di Montecristo, un pugno di granito che dal fondo del Tirreno sfonda la superficie del mare e si solleva fin quasi a mille metri. Il suo profilo ondulato è un fantasma che per anni ci ha tenuto compagnia nelle giornate limpide e ventose d’inverno, affacciati alle rocce del golfo del Campese all’isola del Giglio. Era l’isola dei sogni. Lontana ed impossibile. Lo era anche quando ci trovavamo a costeggiarla navigando alla volta delle coste corse. Certo, eravamo attratti da lei, ma non potevamo avvicinarci. Passavamo falsamente incuranti, guardando solo con la coda dell’occhio qualcosa che sapevamo di non poter avere. E continuavamo ad immaginarla, a sognarla, ad esplorarne le coste con la fantasia. Montecristo diveniva un mondo, non era più nel Tirreno o nello Jonio, perdeva ogni dimensione reale. Nel film della nostra fantasia ancoravamo in baie di sogno, nuotavamo nell’acqua incredibilmente cristallina, di fronte alla nostra maschera ogni incontro era possibile, su fondali di una ricchezza incredibile. Poi, un giorno, quasi per caso, ottenemmo un permesso per realizzare un servizio giornalistico sui fondali dell’isola. Pochi giorni, col divieto assoluto di sbarco, lunghe giornate di un agosto in paradiso, un agosto che poteva sembrare quello di qualche secolo fa, quando le coste erano deserte e in mare non si incontravano barche.

Con lo scandaglio esploravamo i fondali certi di essere i primi a seguirne il profilo, con le stesse sensazioni nel cuore di quando esploravamo i remoti fondali del mare di Banda o delle isole a largo di Sumatra. Vivendo le stesse emozioni, continuando a sognare l’incontro sensazionale. E le acque di cristallo di Montecristo non ci hanno mai deluso, ricchissime di pesce e di aragoste, tappezzate di gorgonie e, ad alte profondità, di corallo rosso. Corallo come quello che abbellisce le rocce sommerse di un’altra piccola isola di sogno. Per anni Giannutri è stata la nostra “Tortuga”, uno scoglio vicinissimo a casa, eppure nei mesi invernali così lontano. Lontano negli odori, nei rumori, nei ritmi, che seguivano quelli del sole. Giannutri era, ed è tutt’ora per buona parte dell’anno, solitaria, deserta. Potevamo perderci lungo i sentieri tra la macchia, a caccia di conigli selvatici e fagiani, affacciarci agli strapiombi di cala Grottoni, mentre il mare era gonfio di tempesta e il faro lanciava i primi lampi di una nuova notte. Pochi ettari di rocce e cespugli per gettarci a capofitto nel sogno, dimenticare di essere vicinissimi a casa.

Pochi chilometri di costa da gustare appieno, da sorseggiare lentamente, passando di cala in cala, di anfratto in anfratto, oggi, dopo l’istituzione del parco che proibisce la navigazione a motore in alcune zone, una costa da scoprire letteralmente metro per metro, in piena estate, con la maschera e le pinne, lontanissimi dalla vacanza degli altri, di quelli ormeggiati al centro di cala Spalmatoio. Un porto naturale protetto e un ormeggio sicuro con i venti settentrionali, ma non così bello e spettacolare come il ricordo che abbiamo da tanti anni del cristallino specchio di mare circondato dalle isole di Razzoli Budelli e Santa Maria. Poco ci è mancato che questo angolo di paradiso non venisse davvero relegato nel mondo dei sogni, visto che era minacciato da un progetto che se realizzato avrebbe ricoperto le rocce granitiche con un grande condominio. A nulla sarebbe valsa allora la nostra fantasia, nessuno sforzo di immaginazione avrebbe restituito a quell’angolo di mare il perduto splendore. Oggi la zona è protetta dalla legge che, in modo forse un po’ contraddittorio, vi limita accesso, balneazione e navigazione. Forse anche in questo caso la fantasia non riuscirà ad aiutarci, ed allora non resterà che mettere la prua su queste acque lontano dal pienone turistico, quando anche le Autorità sono più accondiscendenti e disponibili.

Continuiamo a sognare, allora, e spieghiamo la vela al maestrale, navigando attraverso l’incredibile arcipelago della Maddalena, doppiando il maestoso bastione di Capo Caccia e scendendo giù, sempre più a sud, alla ricerca di una Sardegna sconosciuta e da scoprire. Dopo tanto mare apparirà un’isola. Una piccola Sardegna dall’aria un po’ strana. Ce ne accorgeremo osservando i balconi in ferro battuto dei palazzetti ottocenteschi, o passeggiando dove un tempo sorgevano antiche tonnare ormai abbandonate. Un tiepido vento di passato, tradizione, abbandono trascinerà dolcemente il nostro immaginario. Lo porterà via, oltre l’alternanza di rocce e spiagge, di scogli e pareti precipiti. Lo ricondurrà ai tempi in cui l’isola di San Pietro era abitata da tonnaroti e mastri d’ascia abilissimi, quando da tutto il mondo arrivavano bastimenti carichi di legnami pregiati che non attendevano altro che abili mani per divenire parte di fasciame, ordinate, coperte… A quel tempo a San Pietro si parlava un dialetto simile al ligure, ma dalle finestre delle case che a tratti ricordano quelle di alcuni vecchi quartieri di Genova, si sprigionavano aromi dal sapore nord africano: pescatori di corallo liguri emigrati fin qui dalle coste di Tabarka sono stati i primi abitatori dell’isola nell’isola. Il Mediterraneo doveva sembrare più grande in quegli anni, quando l’unico motore che muoveva le barche era il vento. E le isole dovevano sembrare ancora più lontane, irraggiungibili misteriose.

Ci viene in mente tutto questo, mentre seguiamo con lo sguardo il profilo allungato di Palmarola dalle alture di Ponza. La fantasia torna a viaggiare, ad immaginare coste selvagge e calette di sogno, ripercorre il tempo a ritroso fino a scorgere i velieri dei corsari saraceni alla fonda protetti dalle bianche scogliere della cala che non per nulla si chiama Brigantina. Arriviamoci in barca al mattino presto e caliamoci in acqua con maschera e pinne. Seguiamo i contorni delle friabili rocce vulcaniche, osserviamole con attenzione fino a carpirne ogni segreto, fino a scoprire passaggi aperti dal mare attraverso i quali possiamo passare dall’altra parte della scogliera. Sono in tanti ad attraversare con il gommone lo scoglio di Mezzogiorno. Forse sarebbe meglio farlo a nuoto, evitando di avvelenare la grotta con l’odore stagnante dei gas di scarico. Le isole Pontine sono una testimonianza eloquente della forza del vulcano, una forza che ha edificato un arcipelago spettacolare.

Ma basterà volgere la prua a meridione per navigare attraverso le ere geologiche fino a quei secoli in cui il vulcano era ancora intento alla sua opera, quando sbuffi ed esplosioni aggiungevano rocce ad altre rocce, ceneri ad altre ceneri. Il bagliore di Stromboli si individua da lontano. Lo scoprivano anche i romani, che proseguivano così rassicurati lungo la loro rotta. Il fuoco ci aiuta a raggiungere l’isola, ma i suoi versanti ci respingono. I fondali inghiottiscono le ancore, che, nonostante metri e metri di catena, non impediscono alla barca di allontanarsi, benché spinta da un modesto refolo di vento. Arrampichiamoci sulle rocce durissime di Stombolicchio, durante il giorno. Affacciamoci con la maschera sul viso al baratro che inghiottisce finanche l’azzurro del mare, oltre alla miriade di piccoli pesci che scappano alla nostra comparsa. E poi, a sera, dirigiamoci verso la Sciara, sotto la grande bocca infuriata, e passiamo la notte ancorati con lo spettacolo del fuoco e delle stelle. Ma resta ancora l’ansia dell’avventura, il desiderio della scoperta, la voglia di raggiungere il centro del nostro mare, di cercare le nostre “Colonne D’Ercole”. Altre isole siciliane sono ancora più lontane, più irraggiungibili, e così sogniamo Marettimo, persa tra le lettere della parola Egadi, dimenticata per undici mesi all’anno. La più isola tra le sue sorelle, spesso separata anche da Favignana da una barriera di mare e di vento, dalla muraglia di tempeste furiose. Eppure in estate saprà accoglierci mite, proteggendoci dai violenti raggi del sole sotto le volte delle numerose grotte, offrendoci ancora un mare limpido e pescoso. Arrampicati sulla cima più alta dell’isola rivolgiamo lo sguardo ad occidente, verso il mare aperto e coperto di schiuma. E’ sufficiente l’odore del mare, gli spruzzi salati spinti fin quassù dal vento furioso, per far tornare la voglia di avventura e di scoperta.

E proprio navigando verso occidente scopriamo un altro tesoro del Mediterraneo, non un’isola, questa volta, ma un arcipelago che non c’è. La Galite è infatti circondata da scogli ed isolotti che creano altrettanti ripari naturali alla furia delle tempeste. Ma il vero tesoro che attirava fin qui i naviganti è la presenza al centro dell’isola di quattro sorgenti di acqua dolce. Abbastanza da permettere l’insediamento di una florida colonia ponzese dedita dapprima allo sfruttamento delle fertili terre, e poi alla scoperta delle ricchezze del mare: aragoste in quantità e pregiato corallo rosso. Ancor più distanti nel mondo della nostra fantasia ed in quello della realtà sono le isole Pelagie. Linosa, in particolare, dimenticata anche da porti e aeroporti. Di frequente Linosa ha nella realtà l’aspetto del sogno, ne ha i sapori, il tepore discreto anche nelle giornate che per il calendario appartengono all’inverno. La vita nel sogno di Linosa, scorre tranquilla, arrampicata su di uno scoglio di lava rude e severa, provocata dagli abitanti con i colori accesi, violenti, che distinguono le casette del villaggio dalle altre di analoghi centri insulari mediterranei. Il sogno si realizza allorché ci si affaccia nell’acqua cristallina attraverso il vetro della maschera. Ma talvolta la realtà torna violenta, prepotente, sotto le spoglie di furiose tempeste che si abbattono sulle indifese isole del canale di Sicilia, costringendo i naviganti alla fuga e gli isolani ad un altro periodo di solitudine. Dal cielo plumbeo della realtà del mare in tempesta, dal blu intenso screziato del bianco delle onde, la mente torna a gettarsi nelle acque del colore dello smeraldo del sogno. Vaga attraverso lagune dai fondali bassi e ricoperti da soffice sabbia candida dal sapore del paradiso tropicale. Ma le falesie calcaree sormontate dai bastioni di antichi manieri ci riportano nel Mediterraneo. Un Mediterraneo un po’ particolare, con i pini verde smeraldo che giungono fin quasi in mare. Siamo alle Tremiti, ultima e sorprendente tappa del viaggio della nostra fantasia, un arcipelago splendido che emerge per incanto dalla monotonia delle sabbie del mare Adriatico, che qui può offrire il meglio di sé. Chi è in grado di farlo si metta le bombole in spalla e si cali nel mondo sconosciuto dei fondali delle Tremiti, si faccia accompagnare da una guida locale attraverso passaggi aperti attraverso arcate rocciose adornate da festoni di gorgonie colorate. Penetri nelle grotte alla ricerca dei miti, scopra i tesori di una natura nascosta e imprevedibile, ricca e maestosa. Proprio come quella del sogno.

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