Zona militare – Divieto di accesso

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ZONA MILITARE – DIVIETO DI ACCESSO

Francesco Tornielli

La prima (e anche l’ultima) volta che andai a capo Teulada ero a bordo di un catamarano “Privilege” di 43 piedi. Provenendo dall’arcipelago del Sulcis, sotto burrasca da Nord Ovest, girammo finalmente il capo e ci ritrovammo in acque più calme; davanti avevamo il vasto golfo di Teulada che sapevamo per metà interdetto all’ancoraggio in quanto zona di esercitazioni militari. Costeggiando le alte rupi dell’estremità meridionale della Sardegna, avemmo la sorpresa di scorgere alcune imbarcazioni da diporto ancorate in una baia molto ridossata, un paio di miglia a nord del capo stesso.

La nostra meta era il porto Teulada in fondo all’omonimo golfo ma, alla vista di quella splendida e vietatissima insenatura, il mio equipaggio mi intimò di accostare a sinistra e di andare a fare un bagno dove in effetti l’acqua era più blu. Dopo qualche esitazione, pensai fra me e me che difficilmente i militari avrebbero aperto il fuoco sulle biondone che avevo a bordo; oltretutto battevo bandiera francese a supportare il fascino del mio equipaggio.

Beh, diedi fondo su un metro e mezzo d’acqua, così limpida che il mio equipaggio non mi aspettò e si allontanò in gommone verso la spiaggia. Io ero rimasto veramente a bocca aperta e mentre il sole si abbassava meditavo sul sistema per rimanere in quel posto di sogno il più a lungo possibile. Dopo quattro bracciate arrivai alla spiaggia, dove i miei amici avevano allestito un campo di beach-volley con una rete da pesca spiaggiata da chissà quanto tempo. Quello che impressionava era la consistenza e il colore della sabbia; era farina argentata, quasi impalpabile, e intorno alte dune con cespugli di arbusti. Da buon esploratore mi inerpicai su per una di queste dune e, arrivato in cima, scorsi il mare agitato dall’altra parte della penisola del capo: verso nord delle colline brulle, a sud il capo la cui sagoma sembrava quella di un uomo sdraiato a prendere il sole; in giro non c’era segno di vita, né un paese né un’anima viva; solo segni di cingolati e cartelli con scritto “Zona militare – Divieto di accesso”. Mi sedetti a contemplare e, poco dopo, mi raggiunse la rumorosa compagnia: le facce entusiaste di tutti i miei amici mi fecero pensare per un attimo di aver raggiunto una sorta di Eden del diportista. Alcuni incominciarono a sciare giù per le dune di sabbia, altri a capriolarsi con lunghi salti; sembravano tornati bambini, gridavano e schiamazzavano per la gioia di avere un simile posto tutto per loro.

Ricondotti alla calma, sciammo verso valle per finire la partita di palla a volo.

I colori erano ormai da dipinto impressionista, l’acqua tiepidina, gli animi raggianti.

In quel momento un piccolo drappello di fanti arrivò da un sentiero in fondo alla lunga striscia di sabbia: “Eccolallà”, pensai, “è finita la pacchia!”. I giovani soldati si avvicinarono sorridendo.

Io mi ero preparato a ricevere il cazziatone dal sottufficiale comandante il drappello; questi invece chiese in romano verace di poterci sfidare a palletta e, alla mia domanda circa i perentori divieti, rispose che ad agosto non sono previste esercitazioni e che quindi, mantenendo un pò di discrezione, nessuno ci avrebbe scacciato. Scattò la sfida e vincemmo di misura, anche perché gli occhi dei militari erano calamitati dal ben di Dio messo in bella mostra dalle ragazze del nostro gruppo.

Ormai era quasi buio, anche il vento calmò e la Luna, quasi piena, rischiarò un paesaggio incantato. A terra non si scorgeva una luce e le poche barche presenti nel pomeriggio se ne erano andate via; l’atmosfera era veramente caraibica.

Rimanemmo a porto Zafferano (questo era il nome della baia) per 5 giorni, praticamente da soli, e furono certamente fra i più belli passati in barca. Sott’acqua la baia pullulava di razze, piccole e grandi, e poi marmore e spigole. Poi dirigemmo per porto Teulada, ma arrivati lì ci fu un principio di ammutinamento per cui fui costretto volentieri a tornare di notte a porto Zafferano che sapevo privo di pericoli e molto ridossato dai venti dominanti di ponente.

Due giorni dopo eravamo a Cagliari dove il mio selvaggio equipaggio ripartì in aereo alla volta di Roma.

La considerazione più evidente, supportata dall’opinione di tutti gli altri, fu che quel posto non si sarebbe mai conservato così se non fosse stato dichiarato zona militare da molti decenni e che questo era un bene.

Quel posto avrebbe dovuto rimanere un segreto ma non ce la facevo più a tenerlo per me. A chi volesse navigare da quelle parti raccomando di rispettarlo e di non fare troppo casino, altrimenti a qualche alto ufficiale potrebbe venire in mente di non far sostare nessuno, neanche ad agosto.

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