Una stupenda domenica di terrore

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

UNA STUPENDA DOMENICA DI TERRORE

di Saro Cianci

Domenica di un giorno di luglio di qualche anno addietro. Mare di Siracusa. Lascio il pontile della Sezione della Lega Navale Italiana con la mia barca, un motoscafo fuoribordo, insieme a mia moglie. La giornata è bellissima. Costeggiando raggiungo il golfo di Terrauzza, a sud della città. Solito cerimoniale: fondo all’ancora e tuffo sotto il sole di mezzogiorno. Poco più tardi mia moglie mi suggerisce di raggiungere un angolo della costa, qualche miglio più in là, dove degli amici possiedono una casa. Partiamo ed appena arrivati siamo invitati a rimanere a colazione con loro, sulla scogliera, sotto un attrezzato e paradisiaco tetto di canne. La colazione ci fu, ma forse sarebbe più onesto definirla un’abbuffata, agevolata da un vinello da far correre i cento ad ostacoli ad un novantenne. Mi concessi poi una piccola siesta. Durante il sonnellino, uno dei ragazzi presenti, figlio dei nostri amici, necessita di un pò di miscela per la sua moto. Non ho problemi per invitarlo ad attingerla dal serbatoio di scorta, pieno, posto, insieme all’altro in esercizio, dietro lo schienale del sedile posteriore della barca. Mi riaggiusto lo schienotto e riparto con il ronfo. Vengo riportato alla vita dai miei amici, sul tardi, da una secchiata d’acqua, per il bagno sociale, in un pomeriggio di calma piatta, in un mare simile ad una piscina. E così scivola tutto il pomeriggio, sino al tramonto. Bisogna ripartire. Mia moglie ed io imbarchiamo e salpiamo. Invitato dal mare troppo sereno, anziché puntare sul Capo, al di là del quale appare Siracusa, allargo volutamente, sino a quando intravedo Augusta e Siracusa insieme. A questo punto, il motore comincia a calare di giri, sino a spegnersi. Fine carburante. Poco male: mi porto sul retro della barca, per staccare il tubo della miscela dal serbatoio vuoto e passarlo in quello pieno. Tiro la spalliera ed il serbatoio non c’era. (Saprò poi che il ragazzo della moto lo aveva prelevato, aveva travasato un pò di carburante e, preso dalla fretta di raggiungere gli amici, aveva incaricato qualcuno di rimetterlo a posto sulla barca, cosa che non fu fatta). Rimasi di sasso. Ero a 4/5 miglia dalla costa e cominciava a far buio. Mia moglie mi guardava ammutolita. Tutt’intorno un deserto. Controllando le mie emozioni e, soprattutto per non trasmettere panico a mia moglie, tirai fuori la pagaia e, seduto sull’estrema prua, cominciai a pagaiare, senza molta convinzione. Più che andare avanti, ruotavo su me stesso. Bisognava trovare un’altra soluzione. Diedi a mia moglie la pagaia, tolsi il coperchio dalla valigetta frigo e così, lei da una parte ed io dall’altra, iniziammo a remare. Anche questo tentativo venne abbandonato, con mia moglie alle soglie della disperazione. Alzai lo sguardo verso sud in direzione di Capo Passero e vidi la sagoma di una nave e le sue luci di navigazione accese. Non riuscii più a staccare gli occhi da quella “cosa”. Dalla posizione qualcosa mi diceva che ero sul suo …. binario. Tradussi, falsamente, a mia moglie l’evento come soluzione del nostro problema; in me, però, c’era il dramma ed una angoscia indescrivibili. Di minuto in minuto, sentivo che stavamo andando incontro a qualcosa di terribile, anche perché quella nave prendeva sempre più le sembianze di una montagna in mezzo al mare. Era infatti una superpetroliera, palesemente diretta ai pontili dell’ISAB, zona industriale tra Siracusa ed Augusta.

E, per questi colossi del mare, è praticamente impossibile fermarsi in spazi brevi, sia pure in emergenza.

Controllandomi sovrumanamente, sicuro che la nave stava venendomi addosso, quando nella penombra la prua, enorme, paurosa, avanzava sollevando una massa d’acqua da brividi era a non più di 300/400 metri, ebbi un lampo: saltai sul sedile posteriore, letteralmente scaraventai mia moglie da una parte ed afferrai il serbatoio vuoto, traendolo fuori. Aprii il tappo, orientai il bicchierino di miscela non pescata nell’angolo del contenitore, dove la canna immersa tira la benzina, inclinandolo per fargliela pescare. Volli anche soffiare, infilando la bocca nel bocchettone, fino a farmi scoppiare i timpani, mentre con la mano pressavo la pompetta. Il cuore mi stava salendo in gola, quando la sentii diventare dura. Quel bicchierino di carburante stava andando al motore. Grido a mia moglie di tenere il serbatoio in quella posizione e tornai ai comandi. Giro la chiave di avviamento ed il mio fedelissimo motore parte come un leone. Metto giù la manetta, con tanto vigore, quasi da spezzarla e la barca vola via. Mi giro. Uno sguardo a mia moglie, malamente aggrappata al serbatoio, sul cuscino posteriore, mummificata ed in fondo quel mostro che tagliava nettamente in due la grande bolla bianca, lasciata dall’elica del mio motoscafo, partendo come era partito. Abbracciai mia moglie per rincuorarla e pregandola, ora, di tenersi forte, per difenderci dall’onda in arrivo della nave. Passò anche quella, alzando la barca come un pezzetto di sughero, da mozzarci il fiato. Ma, poiché Qualcuno lassù aveva deciso di aiutarci fino in fondo, subito dopo, comparve una barca di pescatori siracusani, che ci accostarono. Appreso cosa c’era accaduto, ci offrirono un bicchiere di vino, pretendendo che lo bevesse anche mia moglie e, rivolgendo la prua verso terra, ci riportarono, a rimorchio, a casa.

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