Desiderio di un’ombra

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DESIDERIO DI UN’OMBRA

di Donato Mannocchi

Come si ricorderà, l’annata 97 fu ottima per il vino; anche noi, in una piccola oasi sabina di campagna e di amicizia, riuscimmo a produrre un ottimo rosso, di cui Gianni, il proprietario della vigna, va ancora molto orgoglioso.

Gianni, in qualche occasione, mi accompagna nelle mie uscite di pesca quando decide di sospendere la sua missione di aiutare la vita a nascere; e sono le occasioni in cui è proibito a bordo il parlare di donne poiché a lui…ricorda il lavoro!

Fu un’ottima annata anche per la cattura del tonno rosso e con Gianni e Raffaele vedevamo le barche che rientravano al porticciolo di Punta Secca esponendo il trionfo delle prede.

Ma io ero ancora senza barca; solo nel 98 riavrò una barca attrezzata anche per il tonno, adattando in modo idoneo una Rascala FM 21, di cui si può ammirare l’immagine con me stesso a bordo, su Nautica di settembre 98 a pag. 20.

Raffaele meditava da tempo su come trasformare la sua gloriosa barca greca ”Hellas“ per ospitare la sedia da combattimento e il portacanne per poter andare anche noi a pescare il tonno.

Certo non era facile, viste le dimensioni limitate della barca, ma come ho già raccontato in un’altra occasione, Raffaele è dotato di inventiva e capacità manuali notevoli e durante l’inverno realizzò il suo progetto.

Per il momento ci dedicavamo ad altre attività di pesca e godevamo dei racconti al porticciolo.

Ci solleticavano quei racconti come sempre frutto di realtà e favola intrecciati, fluenti in un misto di dialetto e di entusiasmo e che parlavano di lenze spezzate, di pesci furbi, di esche ingoiate e poi sputate, di lotte straordinarie ingaggiate e perse, o vinte.

Che desiderio di vedere e di ascoltare. Con gli occhi affascinati dalla presenza dei tonni tutti eravamo pronti a nutrire la nostra curiosità, a raccogliere quei racconti come si raccolgono tutti i relitti preziosi e delicati, che la vita abbandona dietro di sé, spoglie incomprensibili nelle quali dovremmo forse cercare la sua essenza.

Ed i curiosi che si avvicinavano … ed il tonno, splash, in acqua, portato verso la banchina, … ”e come tirava, menz’ura ci fici travajari”, … il tonno era già sulla banchina e sembrava sorridere espandendo le sue pinne caudali gialle, … “e comu l’appumu i sutta, s’inniu attorna”, … e Andrea bello e pittoresco mulinava le sue braccia forti simulando il tonno che ripartiva verso la speranza inane della vita.

Ma bastavano le battaglie vinte, di cui la preda è l’esibizione più sfacciata, a solleticare la nostra ansia di pescatori.

E finalmente, in primavera, la barca di Raffaele fu pronta.

La sedia da combattimento montata a prua, incorporava due piastre spesse di alluminio a supporto dei due portacanne.

Con le canne inserite si realizzava una paratura che configurava l’immagine di un cervo di mare e poiché il varo fu in primavera, lo battezzammo (Cocciante docet!) “cervo a primavera”.

La primavera fu lunga e dolce ma rabbiosa poiché tutti gli amici dilettanti pescavano tonni di varia taglia ma noi no.

E no che non ci impegnassimo, anzi!

Facevamo di tutto ormai, comprese le invocazioni al dio del mare, ma i tonni schifavano le nostre esche.

Arrivavamo a pregare di poterlo solo vedere sotto la barca.

Oramai era diventato desiderio struggente di poter vedere almeno l’ombra del tunnide quell’attimo prima che con un colpo della sua coda possente lui si lancia sull’esca e ti riempie la retina con una immagine straordinaria di forza, agilità e ferocia.

Uscivamo avvolti dal manto gemmeo della notte, affascinati da quel cielo basso a cui affidavamo le nostre speranze e tornavamo a terra con il sole ardente che bruciava la nostra rabbia sconsolata.

Ogni barca esibiva un “pinna gialla” ma il “cervo a primavera” attendeva ancora il suo turno.

E tornavamo a porre la barca in corrente, a pasturare, a filare le lenze nella scia formata dalla pastura di sarde, a scegliere colori scaramantici per i palloncini di segnalazione e…ad attendere.

“Parti canna” era la nostra invocazione ricorrente, ”fatte virere” diceva Raffaele ed il desiderio della sua ombra continuava a bruciarci l’anima.

La mia permanenza volgeva al termine e stavamo perciò programmando, mare permettendo, le ultime due uscite; e, parlando, raccoglievamo già la prima canna per tornare in porto, quando l’altra “partì”!

Per un momento, quel momento, tanto atteso, tutto rimase stabile e fermo, chiuso nella perfezione dell’istante che esce dalla curva del tempo.

Ed il sibilo del filo che si srotolava dal mulinello ci penetrava nel cervello come una lama infuocata.

Mi ricordai del consiglio che volentieri avevo elargito (mutuandolo dal Vangelo) durante la mia vita a pesca “Estote parati” e per poco, invece, non ci facevamo sorprendere, tanto rimanemmo frastornati a guardare la corsa tumultuosa e frenetica del filo verso la profondità complice del mare.

Poi, come degli automi, ognuno prese a svolgere il compito prefissato in silenzio.

Raffaele indossò il giubbino e sedette sulla sedia da combattimento. Intanto il tonno, dopo la prima spasmodica corsa in apnea, aveva rallentato per un attimo ed io ne approfittai per passare la canna a Raffaele che la posizionò nel bicchiere della sedia e fissò i due moschettoni del giubbetto agli anelli del mulinello.

È noto che il tonno, appena allamato, chiude le pinne comprimendole negli appositi alloggiamenti cutanei, chiude le branchie, diventando così un siluro mosso dalla coda potente, e fugge in apnea.

Raffaele lasciava che il filo scorresse liberamente ed era concentrato al massimo.

Pensai che ora la canna ed il lungo filo di nylon erano il prolungamento del suo braccio che cercava di strappare dal mare quel superbo predone appropriandosi della sua stessa violenza, ferocia, crudeltà, fuse insieme in una furibonda energia di predazione.

Pensavo al mio amico, alla sua natura equilibrata ed insofferente, alla dedizione posta nella cura della mente degli uomini, ed ora lo vedevo trasfigurato, come dovevo essere anch’io, come tutti coloro che predano.

O com’è vero, pensai, che il morso, il balzo, l’aggressione, la morte sono un guizzo infuocato e bruciante che divora e che ci divora.

Affondavo gli occhi nel blu, cercando il filo vibrante che si perdeva nel profondo come un raggio di sole si perde sempre più intimamente nel grembo compatto del mare.

Ora il tonno ci trascinava lentamente e la frizione ogni tanto cedeva filo che Raffaele, appena poteva, recuperava azionando la canna di modo che il peso si scaricasse su di essa e non sul mulinello.

Il tonno combatteva vigorosamente e lasciava presagire una buona taglia: le nostre occhiate erano di eloquente speranza, ma il silenzio era d’obbligo.

Avevamo, tra l’altro, montato un terminale più leggero del solito ed il pericolo di rottura era concreto. Questo pensiero inespresso ci aveva invaso l’anima e nelle vene serpeggiava un brivido potente come la speranza del tonno che lottava per la vita.

Dopo un tempo che ci parve interminabile, cominciammo a vederlo brillare, argento nell’argento, blu nel blu, e potemmo seguirlo mentre girava sotto la barca con il ventre ormai affiorante.

“Ora!”, gridò Raffaele ed il grido mi destò dalla meraviglia. Il mio braccio scattò come una molla e l’arpione si conficcò nelle carni del tonno.

Eseguimmo diligentemente tutte le fasi seguenti alla cattura poiché il tonno va ben dissanguato perché la sua carne risulti rosea e saporita.

L’acqua si colorò di rosso, ed un velo di tristezza mi oscurò gli occhi, ma fu solo un attimo. Poi lo issammo a bordo: era veramente un bel pinna gialla con il quale avremmo fatto festa in molti.

Sono scene cruente ed indimenticabili, altre poi ne seguirono!, che offrono qualche spunto di riflessione ed una consolazione: poter pensare alla morte come atto finale di una metamorfosi che riproduce incessantemente la vita.

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