Lo sco Ogliera

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

LO SCo OGLIERA

di Francesco Bini

Una brutta depressione si andava avvicinando, nascosta dietro la Corsica, ma noi non ne sapevamo niente: a quei tempi (ma sarà vero che sono passati solo più di vent’anni?) le piccole barche navigavano con la bussola, l’orologio e basta. Per la verità c’era anche il barometro, ma chi lo guardava mai, inchiodato da anni di salmastro e di vibrazioni di diesel.

Per essere a metà gennaio, la sera era tiepida, per la verità troppo tiepida, ed oggi mi sarei sicuramente insospettito. Ma allora avevamo tutti l’età di quando i ricordi sono leggeri e il futuro senza fine e figurarsi se ci saremmo fermati perché la sera era “troppo tiepida”. La sera prima, quando eravamo partiti da Livorno, era molto più freddo, con un ventaccio di terra portato da un’alta pressione sulla Russia. Avevamo lasciato il porto dopo l’orario di lavoro, imbacuccati negli eskimo, eternamente umidicci di sale e puzzolenti di muffa e di gasolio.

Attraversate le navi all’ancora fuori del porto, avevamo visto sfilare a sinistra le luci di Ardenza ed Antignano e, più in alto, quelle di Montenero. Il faro di Vada non l’avevamo visto, troppo debole e fuori rotta, ma il primo quarto di Luna ci aveva illuminato bene il profilo della Gorgona.

A metà strada il vento ci aveva progressivamente lasciato e così avevamo raggiunto la Capraia a motore, poco dopo la mezzanotte, ben riscaldati da un thermos di ponce alla livornese, preparato da qualche mamma premurosa.

La mattina dopo la Capraia si presentò meravigliosa, sotto un debole ma limpido sole invernale.

La pace silenziosa del porto, lontano mille anni il caos arrembante dei diportisti estivi, era rotta soltanto dallo scoppiettante gozzo di qualche raro pescatore locale.

La giornata era passata a mangiare, dormire e ciondolare per il porto e, poi, quasi al tramonto, avevamo deciso di andare all’Elba, attratti dalla speranza di trovare una pizzeria rimasta aperta fuori stagione.

Così, ignori di tutto, lasciammo Capraia, diretti a Marina di Campo, in un pomeriggio di gennaio, all’imbrunire.

Stivata l’ancora ed i parabordi, doppiammo il faro e fummo inghiottiti da un mare buio e senza vento.

Dopo un’ora avvistammo il faro di punta Polveraia e decidemmo per un caffè. Mi scaldavo le mani con la tazza, il timone bloccato con una gamba, quando arrivò come uno schiaffo. Volai il caffè nel pozzetto per liberarmi le mani, mollai tutta la scotta della randa e puggiai in filo.

Non ci fu bisogno di chiamare l’equipaggio: in un secondo erano tutti affacciati all’osteriggio e già stavano litigando: “Terzaroliamo la randa”, “no, prima il fiocco”, “accendiamo il motore e poi tiriamo giù la randa”, eccetera.

La randa si terzarolò da sola, strappandosi alle crocette, ed il fiocco, alla fine, andò su, drizzato male e con il punto di scotta sbagliato, il cursore incastrato, le pastecche che non si trovavano, la scotta di sopravvento tutta attorcigliata all’altra.

Le nuvole sulla Luna correvano impazzite, il mare ingrossava, Lorenzo vomitava, ma bene o male si era di nuovo in rotta.

Cominciò a piovere ed il faro dell’Elba sparì. Oggi, nell’era del GPS, si discute di metri e rimanere senza elettronica ci terrorizza, ma allora era normale navigare con l’approssimazione di qualche miglio e la cosa non ci preoccupava più di tanto.

Il timoniere, accecato dalla pioggia e dalla miopia, non vedeva più la bussola e così entrò in funzione il “ripetitore vocale”, che non era una diavoleria elettronica, ma un membro dell’equipaggio che, con una torcia in mano, leggeva in continuazione la rotta. La cosa funzionava più o meno così: “140, 150, poggia, 160, poggia!, 150, 140, 130, orza, 120, ORZA!, 130…”. E così via per ore. Più che dai numeri, il timoniere era guidato dal tono della voce, che si faceva più alto e imperioso con l’aumentare del fuori rotta, e dalla sequela dei commenti, imparati e perfezionati sulle banchine del porto di Livorno.

Anche noi leggevamo di Slocum che faceva il giro del mondo con le scotte ed il timone legati, ma evidentemente da quel tempo le barche (o i marinai?) erano cambiate e 30 gradi di fuori rotta, in una notte di burrasca, erano considerati normali, anche con uno al timone.

Passò un’altra ora e finalmente ci sembrò di vedere, rassicuranti, le luci di Pomonte e Chiessi.

Scesi dabbasso per cercare di asciugarmi un pò. Di sotto era tutto fradicio come sopra, si rollava da morire e non si trovava più niente. Lorenzo, abbracciato al suo bugliolo, non si muoveva più e sembrava morto (scoprimmo più tardi che non lo era).

Mi misi in ginocchio a pagliolo e distesi alla meno peggio una carta su una cuccetta, facendomi luce con una torcia mezza scarica.

E scoppiò il dramma: “Ragazzi, c’è uno scoglio di prua!”;

“Ma quale scoglio! Qui non ci sono scogli!”.

“Ti dico che c’è, è segnato sulla carta, si chiama scoglio Ogliera”.

“Ma no, lo scoglio Ogliera è vicino a costa”.

“Ti dico di no, aspetta che misuro… Sarà tre o quattro miglia da costa”.

“Ma sei sicuro?”

“Non sono mica scemo! Ho la carta a cinque centimetri dal naso!”

“Beh, qui non si vede niente: che si fa?”

Si fa che si legò l’unico che ci vedeva qualcosa all’albero, stile Ulisse con le sirene, e si andò avanti.

Piano piano la posizione presunta dello scoglio Ogliera rimase di poppa, doppiammo, con tutta la prudenza suggerita dal nome, punta Le Trombe e cercammo un ridosso, precario ed inquieto, dietro punta Fetovaia. La pizza era ormai dimenticata, e si cercò di dormire, rannicchiati nelle nostre cuccette bagnate.

La mattina dopo, con il sole, ci fu da risolvere il problema dello scoglio Ogliera.

Si tirò fuori la carta e l’amara verità venne a galla: nel buio e nella confusione, avevo scambiato la “o” in apice dell’abbreviazione con la rappresentazione grafica dello scoglio stesso, spostando la sua posizione varie miglia a ponente.

Figurarsi: ero l’unico pisano in un equipaggio tutto livornese e fu lunga e dura da digerire. Eppure mi era andata di lusso: il fondo del mare è pieno degli errori degli ufficiali di rotta ed io me la sarei cavata con qualche anno di presa in giro…

Ormai davanti allo scoglio (anzi allo sco) Ogliera ci sarò passato cento volte e cento volte mi sarò immerso sul relitto della navetta che c’è finita contro (visto che era pericoloso?), ma ogni volta mi è difficile non ripensare a quella notte di tanti anni fa. E la sensazione rimasta, ormai sfumata negli anni la paura della notte e l’arrabbiatura del giorno dopo, è solamente il sorridente ricordo di una delle tante lezioni del mare.

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