Il pericolo traghetti veloci

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IL PERICOLO TRAGHETTI VELOCI

Testo di Anna Carlini
Pubblicato su Nautica 477 di Gennaio 2002

Tutto era iniziato come una piacevole giornata da trascorrere al mare.

Il cielo era terso. Non una nuvola all’orizzonte e l’isola di Tavolara si profilava sullo sfondo come un’enorme gigantesca balena occupata a dormicchiare in emersione. Sulle isolette adiacenti la nostra baia di ancoraggio, stormi di gabbiani e di cormorani zampettavano tranquilli becchettando sulla stretta lingua di sabbia.

Era sabato 4 agosto, partiti dalla rada di Porto S. Paolo in Sardegna, io, mio marito e il nostro piccolo yorkshire, compagno di tutte le nostre avventure, ci siamo diretti, con il nostro glorioso motosailer “Paxos” verso l’isola di Tavolara distante circa un miglio.

Una volta nei pressi decidiamo di ancorarci nella baia a Nord Est di Spalmatore perché dalla parte Sud Est, dove sono le spiagge e i due ristoranti, prevedevamo l’arrivo di molte barche. Dopo aver ancorato e calato il battello di servizio, un robusto battello pneumatico Novamarine con carena in vetroresina, motorizzato con un 15 cavalli, e averlo caricato con maschere, pinne, guadini, guanti, cestini di plastica e di tutti gli attrezzi che di solito ci accompagnano per ogni evenienza, ci caliamo col nostro cagnolino nel canotto per avvicinarci a un isolotto distante circa 200 metri, dove avevamo l’intenzione, come nostra abitudine, di praticare snorkeling.

La giornata serena e il mare calmo promettevano di farci trascorrere qualche ora di vero piacere. Nelle vicinanze alcune barche transitavano a bassa velocità ammirando il paesaggio.

Circa 20 minuti prima, mentre ci ancoravamo, avevamo visto passare un traghetto veloce della Tirrenia diretto verso l’entrata di Olbia ma stranamente più verso Tavolara rispetto alla rotta abituale.

Pian pianino arriviamo vicini all’isolotto, pochi scogli e nulla più, e a pochi metri avvertiamo un movimento leggero alle nostre spalle. Non riusciamo immediatamente a realizzare la causa di quell’onda di 4-5 metri che silenziosamente stava per trasformarsi in frangente e arricciarsi su di noi; non abbiamo il tempo di tentare niente che potesse farcela affrontare nel modo migliore. L’unica precauzione, abbastanza inutile, è quella di aggrapparci saldamente alle maniglie mentre la gigantesca ondata ci rovesciava con tutta la sua potenza sugli scogli. Ritiratasi, l’onda ci risucchia in mare e poi di nuovo sulle rocce per 5 o 6 volte, senza che riusciamo a fare nulla per contrastare la sua forza.

Al primo frangente il gommone, sbattuto sugli scogli affilati per i denti di cane, si squarcia lungo un tubolare; il motore si fa in tre pezzi molto taglienti che ogni onda solleva come fuscelli sempre più in alto sulle rocce.

Quando il ritmo delle onde rallenta e riusciamo con difficoltà a inerpicarci al di sopra del livello del mare, eravamo oltre che spaventati in condizioni pietose, pieni di tagli ed escoriazioni dalla testa ai piedi. Mio marito colava sangue da tutte le parti del corpo a cominciare dalla testa. L’unico di noi, spaventato a morte ma indenne era lo yorkshire. La sua mancanza di peso lo aveva fatto galleggiare fra la schiuma dei flutti.

Devo a questo punto, per chi non ha capito, spiegare l’accaduto, anche se difficile da credere. La nave veloce della Tirrenia, proveniente da Civitavecchia diretta a Olbia, navigava a una velocità superiore alle norme di navigazione costiera e l’onda provocata dal suo passaggio, avvicinandosi alla costa e ai bassi fondali è ingigantita fino a diventare molto pericolosa per natanti e bagnanti.

Fortunatamente, le barche che circolavano nei nostri pressi e che hanno assistito impotenti alla scena, una volta superata l’onda che ha investito anche loro in modo meno violento perché erano in acque più profonde, si sono preoccupate di ripescarci, assai malconci, e ci hanno riportato al motosailer. Nostro figlio, avvertito per telefono, ci ha raggiunto con un un gommone veloce e ci ha portato al pronto soccorso, dove ci venivano praticate le prime cure. Naturalmente, in questa occasione andò perduta tutta la nostra attrezzatura.

Ancora oggi, dopo circa 5 mesi dall’accaduto, guardo le cicatrici sul posteriore di mio marito e non riesco, anzi non riusciamo a credere a quello che è successo. Noi che in 50 anni di vita di mare abbiamo passato indenni tempeste e fortunali di tutte le intensità stavamo per lasciare la pelle in una calda giornata di agosto in un mare di cristallo.

Sarebbe stata veramente una morte stupida e non degna di una vita spesa per il mare e sul mare.

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