Ritorno al mare

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

RITORNO AL MARE

Testo di Maurizio Pezzopane

La vela spinge silenziosa e potente. In lontananza, altre penne bianche all’orizzonte avanti e indietro lo scafo. Il ritorno ha sempre il sapore della comunione. Nonostante le distanze enormi l’orizzonte marino restituisce la vista estesa e libera eppure contiene il tutto e tutti in un unico orizzonte:un unico destino. Le innumerevoli vesti che sfoggia l’archetipo marino irretiscono per l’assenza di vento, spaventano per le acque nere e turbolente, incantano nel sogno di una stellata bassa e imminente e tutte additano l’incontro, la comunione, la partecipazione per mezzo della solitudine come trampolino essenziale per accedere all’accoglimento e apprezzare l’altro inteso come uomo, natura, legge naturale, spirito. Spogliati dagli orpelli del vivere quotidiano torniamo essenziali e semplici, immediati e più spontanei, recuperiamo la manualità necessaria per gestire l’unico mezzo di sopravvivenza, riscopriamo sopite capacità decisionali con tutte le componenti di rischio e imprevedibilità che sottendono, torniamo padroni della esistenza in mare come della memoria olfattiva e immaginifica che ci portiamo dietro, sentiamo la necessità di recuperare ogni esperienza per metterla a frutto adesso e ora, siamo mossi da necessità che per i greci aveva un nome: Ananke, la dea della necessità in opposizione alla ragione.

Necessità fa virtù si dice e mai in nessun posto come in barca questo si avvera. Ananke è il simbolo del bene insito nel male, della necessità della violenza dei marosi per snidare nell’uomo il coraggio attraverso la paura, per insegnare la maturità a partire dalla superficialità, di superare l’imprevedibilità fino a giungere alla previdenza, di recuperare la ragione anche a costo dell’impulsività. La dea greca delle pulsioni ci accompagna attraverso tutto ciò di cui abbiamo timore, che evitiamo consciamente o dimentichiamo involontariamente, attraverso tutti i significati che non cogliamo perché troppo vicini e immediati e le immagini che improvvisamente, per la loro scomodità e per il dolore che ci arrecano, diventano sfuggenti e imprendibili. Come ogni divinità ama il paradosso e in esso si realizza, crede in qualcosa e nel suo contrario, nella tempesta solo in funzione della quiete, nella luce come presenza nel buio, nella paura come strumento per salvaguardarci dai pericoli, nel coraggio come espressione di sprovvedutezza, nell’attesa come azione sincrona ai tempi naturali.

Il bene del male come affermazione e negazione insieme che si sostengono valide insieme e insieme nulle. E qui torniamo al mare come pienezza e assenza di materia come massima fluidità e rigidità granitica. Il molle vince sul duro recita il Tao te ching, solo l’acqua erode la pietra e buca le superfici più dure, l’uomo stesso è rigido in vecchiaia cioè nel momento più vicino alla morte e all’opposto ha le massime potenzialità di crescita da bambino quando è flessibile come un giunco. La forza è nella flessibilità e non nella durezza insegna il bambù piegato dal vento sulla quercia spezzata e abbattuta, la saggezza allora viene dagli opposti se il candido loto nasce dallo sterco e il momento più buio della notte è quello prossimo all’aurora. La vela morbida, lo scafo elastico ora inclinato ora diritto, l’albero cedevole, le cime ora tese ora lente danno sicurezza in barca perché flessibili loro stesse.

Su questa penna bianca che sorvola le profondità sentiamo la voce di migliaia di anni di esperienze che hanno solcato e raccolto tra la schiuma, nutrimento e mancanza come premio o compensazione con ogni mezzo alla ricerca di un significato per questa vita e, tuttavia in assenza di questo, percepire la presenza consolatoria dell’azzurro indistinto che verso l’orizzonte sembra unire il tutto in un unico abbraccio.

Il premio è l’incertezza dell’approdo, l’imprevedibilità del cielo, la certezza della notte, quando tutto spaventa e riscopre il fascino del viaggio, l’inutilità della meta, la conquista quotidiana di un porto che domani sarà inutile, il valore della tranquillità per rifocillarsi in vista di nuove tempeste che uccidono, ma allo stesso tempo salvano lo spirito selvaggio dal quotidiano vivere metropolitano e civile da cui abbiamo imparato a fuggire, attraverso l’incontro con il mare.

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