L’abbraccio del maestrale

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L’ABBRACCIO DEL MAESTRALE

Testo di Fabio Raffi

Fine luglio 2001. Per la seconda volta in due anni partiamo da Cala Galera per passare i 15 giorni più attesi di tutto l’anno. Due fratelli con la passione comune per il mare e la fortuna di andarci ognuno con il suo mezzo. Entrambi con cabinati americani e lo stretto spazio necessario per accogliere mogli e figli. Il mio: un 23 piedi con un monomotore otto cilindri a benzina da 250 cavalli. Il suo: quasi dieci metri con motorizzazione simile, doppia, nuovo di zecca. Lavoro, traffico, computer e aerei, tutto è alle spalle.

Il mare tra il Giglio e Pianosa piatto in maniera inverosimile, appare come un’enorme piscina su cui corrono modellini di motoscafi. Anche in questo caso chiamo per radio Marco e gli dico di fermarsi, lui è sempre davanti. Fermi, a sinistra Montecristo a destra più avanti Pianosa, motori spenti, vento assente – calma piatta – all’orizzonte nella foschia, il profilo alto della Corsica e il miraggio di Bastia. Sensazioni che a ricordarle d’inverno fanno venire la pelle d’oca.

Ma è solo l’inizio, il giro della Corsica in 15 giorni è una bella corsa lo sappiamo, ma la parte più bella è il versante ovest e, al contrario dello scorso anno, vogliamo vederla tutta, in senso antiorario, come consigliato per avere il Maestrale di poppa. E così passiamo Capo Corso, un paio di notti a Calvi, e giù verso una serie interminabile di insenature, calette e fiordi di rara bellezza e con una densità tale di imbarcazioni che fatichiamo a credere di essere ad agosto. Ancora mare piatto, poco vento e un sole da bruciature.

Aiaccio, passate le isole sanguinarie ci accoglie il porto Tino Rossi con la città che abbraccia golfo e montagne. Ma come sempre accade, quando più si va di fretta, tanto più l’imprevisto ti ferma. Venerdì 10 agosto, Marco apre il portello dei motori per la solita ispezione e atterrito scopre uno spesso strato di sale che ricopre tutto, motori e impianti. Una pompa del circuito di raffreddamento di un motore era uscita dal suo alloggiamento e a motore acceso aveva spruzzato acqua di mare dappertutto.

Panico, il preciso fratellone disperato, dopo aver asportato accuratamente tutto il sale si mette alla ricerca di un meccanico in grado di risolvere il problema. Detto fatto, il meccanico c’è, siamo ad Aiaccio, ma prima di lunedì non riesce a farsi mandare, in garanzia, la parte di ricambio necessaria. Bene, Aiaccio è bella e accogliente, ma tre giorni fermi non ci volevano proprio. Il nervosismo sale, usciamo con la mia barca e cerchiamo di approfittare di quanto c’è nei dintorni, poco.

Lunedì 13 agosto, il pezzo non arriva, forse domani. Incapaci di resistere al richiamo del mare, io e la mia famiglia decidiamo di partire e di portarci una tappa avanti con l’intento di aspettarli a Porto Pollo nel successivo Golfo di Valinco.

Martedì ore 10.00 usciamo dal porto e ci avviamo verso la punta sud del Golfo di Aiaccio, “finalmente” si balla un pò, il Maestrale ci spruzza il viso e le onde si fanno sentire al mascone. Si torna, no ho visto di peggio, proviamo ad andare avanti e intanto allungo lo sguardo verso la costa sud per cercare qualche eventuale riparo.

Non c’è dubbio, più avanziamo e più le onde crescono, chissà se riusciamo a passare la punta e a ripararci dal Maestrale, no, non è il caso, vedo, prima con il binocolo poi a occhio nudo un gruppetto di barche riparate in una piccola baia. Mare al traverso mi dirigo tranquillo tra la planata e il dislocamento verso le macchie bianche che raggiungo dopo dieci minuti. Bel posto, da lontano non si vede mai niente. Ci attacchiamo a una boa libera, case a strapiombo sul mare con spiaggia privata, caldo, è obbligatorio il bagno con nuotata fino alla riva, Eleonora, 4 anni, messi i braccioli nuota come un pesce.

Anche l’imprevisto a volte riserva belle sorprese, pranziamo e dopo aver telefonato a Marco per raccontargli l’accaduto iniziamo a pensare che forse dovremo restare fermi anche stanotte, il Maestrale non si ferma e oltre gli scogli, frangiflutti naturali, il mare non si placa, anzi.

Poco dopo, un cabinato, sarà stato un 12 metri, accende e parte; attaccato al mio binocolo l’ho visto saltare sulle onde e scomparire nel cavo delle stesse per poi riapparire, per buoni dieci minuti, poi mi sono rassegnato a passare la notte in rada. E che notte, Aiaccio sullo sfondo e la Luna che sorge dalle montagne, il chiarore sul mare, il vento più calmo, così sembra, la felicità di essere al centro di tutto ciò… domani sarà meglio partire presto, prima che salga il vento.

Ore 7:00 ancora il binocolo, qualche piccola cresta bianca all’orizzonte, ma sembra più calmo di ieri. Via si parte, giriamo gli scogli che ci hanno riparato egregiamente e iniziamo a scendere e a salire sulle onde. Il mare sembra un lenzuolo, si alza e si abbassa come se qualcuno molto grande e molto forte lo sventolasse. Roberta, mia moglie, mi si mette a fianco e mi chiede se è il caso di continuare. Si le onde sono alte, più di noi, ma non rompono e poi siamo a cinque miglia dalla punta, se la passiamo siamo più riparati, avanziamo.

La planata si fa dopo un pò dislocamento, rallento, 15 nodi, 12 nodi, andando piano le onde fanno meno impressione, guardo la costa, navighiamo paralleli a un paio di miglia, ora invece di puntare dritto alla punta, affronto le onde con maggior diagonale per non averle troppo al traverso, perpendicolari no, non solo non si fa ma sono troppo alte. Penso, la barca è alta circa due metri, scendendo nel fondo dell’onda la cresta è più alta di noi… saranno tre metri. Il motore è perfetto non si ferma, e se si ferma, la cappa, mi metto alla cappa, butto l’ancora legata al parabordo e poi, le bambine nella cabina giocano, chiamo Martina 10 anni, vieni a vedere che onde; però grandi eh, quando arriviamo? E rientra a giocare.

I pensieri si sovrappongono poi si bloccano, la tensione si fa talmente alta che dimentico di far indossare i salvagente, non c’è nessun pericolo, non c’è paura, ma qualcosa di molto simile, la sensazione di essere sulle braccia di qualcuno ed essere dondolati, il voler stare zitti, non muoversi per non irritare qualcuno, rallento ancora, comincio a vedere qualche cresta bianca sulle cime delle onde. Cerco di non sforzare il motore, lentamente accelero, lentamente risalendo le onde, giù piano, tolgo delicatamente motore nella discesa. Quanto manca? Due miglia.

Mi allargo ancora, meglio star lontano dalla costa, ma così ci metto di più, accelero un poco, sembra che il mare aumenti ancora e devo sbrigarmi. Quasi alla punta, il mare da maestoso ma morbido diventa arrogante, si mescola, qualche spruzzo ci bagna e l’altezza delle onde… rallento ancora. Roberta è muta, al mio fianco guarda il mare con occhi grandi, io silenzioso e calmo sono una corda di violino. Ormai è fatta, al traverso della punta mi sento più tranquillo, il peggio è passato.

Inizio lentamente a virare e una nuova sensazione mi assale. La barca tenace viene alzata da poppa in malomodo. Brutta sensazione, di fronte le onde le abbracci, gli vai incontro e le velocità quasi si annullano, si governa meglio. Di poppa no, la tensione appena lasciata ritorna, maggiore di prima, rallento, ogni volta che l’onda ci alza devo rallentare altrimenti la barca sbanda lateralmente come mai l’ho sentita prima.

Accelerare, faccio surf? Vietato scherzare, ci sono altre 5 miglia per arrivare a Porto Pollo e la situazione non migliora. Provo con tutte le angolazioni, rallento, accelero, inizio senza rendermene conto ad andare più veloce, ma le onde lentamente si placano. Mi rilasso, mi siedo, mi accorgo che i polpacci sono a pezzi, c’è un bel sole caldo e un grosso motoscafo che c i viene incontro, salta sulle onde come un delfino facendo ali di schiuma, ci passa e si dirige veloce verso la punta appena passata.

Spero per lui non sia di Aiaccio.

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