Asinara, faro di Punta Scorno

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

ASINARA, FARO DI PUNTA SCORNO
Dove il mare trionfa di fascino,
bellezza e sorprese

Testo di Marina Rita Massidda
Pubblicato su Nautica 515 di Marzo 2005

Grazie alla rubrica “Esperienze di Bordo” posso divulgare a tutti coloro che sono interessati e che amano “veramente” il mare, storie e vicende legate all’Isola dell’Asinara, dove ho vissuto per tanti anni e i miei avi si trovavano a risiedere sin dagli ultimi anni dell’800, da quando il mio bisnonno, originario di Gesturi, in provincia di Cagliari, conobbe a Faenza una giovanissima donna e si sposarono. Lui aveva 30 anni e lei 19, andarono a vivere a Cala D’Oliva ed ebbero 12 figli, tra i quali, l’undicesimo, il mio nonno paterno, che continuò a vivere e lavorare sull’isola; quindi la mia famiglia è all’Asinara da diverse generazioni.

Parlare di quest’isola è per me una grande gioia. Vivere in un luogo così isolato come il Faro di Punta Scorno ha comportato sacrifici e grandi disagi: non vi era la luce elettrica durante il giorno, non vi erano mezzi di comunicazione e per telefonare bisognava andare al centralino di Cala D’Oliva a 9 chilometri di distanza, percorrendo una strada dissestata, con brutte curve e ai lati spesso degli strapiombi… ma tutti questi inconvenienti venivano mitigati dalla natura, nella massima espressione della sua bellezza.

Anche questa volta (vedi “Nautica” luglio 2001 e ottobre 2002) voglio raccontare della mia vita da bambina e da ragazza vissuta al Faro di Punta Scorno al nord dell’Isola dell’Asinara, desidero descrivere il fascino e le sorprese del mare che faceva parte anche lui dei miei giochi… Durante l’inverno, per le forti mareggiate di maestrale, arrivava sotto le cale del Faro tanto legname, tronchi, rami, tavole. Tra tutta questa legna vi era anche quella di balsa, un legno morbido, leggero, facilissimo da intarsiare. Con un temperino cercavo di creare tante barchette, grandi, piccole, minuscole e le pitturavo con vari colori, poi con dei tappi di sughero (che trovavo sempre tra gli scogli) foggiavo anche “l’equipaggio”, piccoli omini di tanti colori, con i sugherelli (ossia i galleggianti delle canne da pesca) e le pietre pomice che portava sempre il mare, facevo le boe, tra le numerose e piccole insenature della banchina di Ponente creavo dei porticcioli in miniatura e ci trascorrevo tanto tempo, spostando i “pescherecci”, le “barche a vela”, i “motoscafi”, le “navi” e i “gozzi”. Delle volte mettevo tutti i “natanti” in fila legati con una sagola e poi li trainavo con il mio canottino gonfiabile remando energicamente! Per me era un grande divertimento! Ricordo un trionfo di allegri colori e questo piccolo gruppo di barchette con lo sfondo di uno scenario mozzafiato di un magnifico tramonto e del faro, monumentale e maestoso che contempla da più di cento anni il mare!

Da bambina mi piaceva molto pescare con lenzette fatte da me, e nonostante ciò funzionavano. Solitamente pescavo per cibare sia i gabbiani corsi che reali, che spesso salvavo perché feriti dopo violente mareggiate, l’esca era una pastetta di farina, formaggio grattugiato e acciughe salate! Formidabile, i pesci abboccavano subito!

Pescare le seppie era un divertimento… solitamente le vedevo affiorare dall’acqua, luccicavano al sole che ormai stava per iniziare a tramontare, allora prendevo un grande retino e con un movimento deciso riuscivo a prenderle! Le seppie sono un ottimo “pranzetto” per i gabbiani e altri uccelli marini, anche perché sono facili da catturare! I polpi invece non li pescavo quasi mai, ma mi divertivo a giocare con loro. Con maschera e pinne trascorrevo delle ore e con uno straccetto bianco, per farli uscire dalla tana (si dice che il polpo venga attratto dal bianco), li facevo pian piano “attaccare” alle mie mani; i moscardini poi erano simpaticissimi, piccolissimi, con una “testa” grande come una noce! Mi facevano troppa tenerezza! Da un anno all’altro andavo a controllare tutte le tane del fondale sotto il Faro e puntualmente ci ritrovavo quasi sempre gli stessi “abitanti”. Ricordo una murena, la scoprii piccolina, sembrava una banana matura sia per i colori sia per la grandezza, e di anno in anno la ritrovai grande, con lo sguardo insidioso e pronta a cibarsi di tutto ciò che le passava vicino! La pesca alle murene si faceva per lo più con le “nasse”, grandi contenitori simili a delle campane, fatte di giunchi e poi di plastica, dove all’interno si metteva dell’esca, come tranci di pesce, e poi, una volta depositata sul fondo (calandola con una robusta sagola con attaccato un segnale galleggiante), le murene si infilavano da una cavità inferiore e non potevano più scappare, una vera e propria “trappola di mare”…

All’epoca della mia vita al faro, le aragoste erano tantissime e così anche le “cicale”.

Le “cicale” sono uno spettacolo osservarle sul fondo marino, sono rosse con striature di un bel blu cangiante tendente al viola e solitamente stanno dentro delle piccole spaccature dove filtra un pò di luce, non sono quindi facilmente visibili, mentre l’aragosta sul fondo è di un’eleganza straordinaria, il polpo è un suo grande nemico…

Le aragoste erano talmente tante che la tentazione di pescarle non si aveva più, infatti, come tutte le cose che si hanno in abbondanza si finisce per non desiderarle e quindi ci si dilettava ad osservarle. Ricordo gli “aragostoni”, quelli blu scuro, i maschi, robusti nella loro “corazza”, tanto forti ma incredibilmente tanto deboli e indifesi alla vicinanza di un polpo! È un pò come la storia dell’elefante e il topo…

Tra tutti gli esseri viventi che vedevo sotto il mare (ed erano veramente tantissimi!) quelli che mi attraevano e mi stupivano di più erano le stelle marine di varie grandezze, forme e colori a seconda del fondale, ma tutte particolarmente stupende, soprattuto quelle rosso carminio, sotto bianche con i “tentacolini” arancioni. Incantevoli come un diamante incastonato in un gioiello prezioso! Se penso a quante persone rimangono intimorite dall’alto fondale per il suo colore blu scuro, e invece… è proprio lì che c’è un mondo talmente bello che vale proprio la pena di visitare e non temere, naturalmente con attrezzature adatte e soprattutto con un’ottima preparazione ed esperienza del mare! La cottura dei granchi (quelli grossi e pelosi) avveniva solitamente al tramonto nella cala di Ponente, imparai ad acchiapparli con le mani con destrezza, prendendo all’inizio i più piccoli per poi riuscire a prendere i più grandi da dietro, bloccando velocemente i “pinzoni”, spesso li liberavo e davo loro cibo, sono molto golosi! Mangiavano di tutto. Nella costa orientale di Cala Rena Piccola e Grande, ricordo che vi erano molte “pinna nobilis” o chiamate anche comunemente “Gnacchere”, un termine forse usato solo da queste parti, delle grandi conchiglie a forma quasi triangolare, belle da vedere e osservare, poi, oltre alle “pinne nobilis”, il fondale di queste due spiagge era “impreziosito” da grandi “cespugli” di posidonia di un bellissimo verde brillante, da dove spesso faceva capolino qualche polpo o “nuvole” di piccole occhiate, saraghi e orate!

Cala Rena Grande raggiungeva il massimo della sua bellezza (secondo il mio parere) alle prime luci dell’alba e dell’aurora, soprattutto durante l’estate. Andavo presto a fare il bagno, piano piano entravo in acqua, le mie mani istintivamente accarezzavano la superficie del mare come seta preziosa, nuotavo con movimenti armoniosi e lenti, socchiudevo gli occhi e il piacere dell’acqua a contatto col corpo era indescrivibile.

Lo splendore, il chiarore che la illuminavano mettevano in evidenza la sua sabbia candida e impalpabile, striata di rosa lungo tutta la battigia e l’acqua del mare diventava di un suggestivo turchese, limpida, diafana, cristallina, con un lieve tremolio di luci e piccoli bagliori, e si poteva ammirare stando semplicemente seduti a riva il fondale, con pesci argentati e le “ondicelle” di sabbia (tipiche dei fondali sabbiosi). La luce tiepida dell’alba rifletteva sul mio viso abbronzato, piacevole come una dolcissima carezza, anche la vegetazione circostante di ginepri, lentisco ed euforbia assumeva colori particolari, infatti, tutte le tonalità del verde brillavano e il profumo intenso che respiravo era inebriante, un armonioso miscuglio di aromi si diffondevano dalla salsedine dalle piante e dai fiori selvatici, il silenzio regnava, si udiva solo il dolce cinguettio di alcuni uccelli “mattinieri” e lo stridere di qualche cicala! Dopo una forte mareggiata di levante la spiaggia profumava tantissimo di salmastro! Un’antica torre seicentesca a 25 metri dal livello del mare completava la “coreografia” di questo splendido scenario della natura. Al Faro di Punta Scorno, invece, il momento più bello e adatto per ammirare il luogo in tutto il suo splendore (sempre secondo i miei gusti) era al tramonto e la notte! Giuro, la notte! Perché si poteva osservare il faro nella sua più importante funzione di una potente e preziosa sorgente di luce per i naviganti! Inoltre, le lucciole (questi insetti “danzanti” che al buio sono luminosi) e la luce delle navi all’orizzonte davano l’ultimo tocco finale al suggestivo paesaggio notturno con protagonista il maestoso faro. Proprio di notte, quando avevo circa otto anni, quindi nel 1973, accadde tra gli scogli della banchina di ponente un fatto curioso e a primo impatto oserei dire inquietante! Alle 2.30 di notte mio padre si alzò per dare corda all’apparato illuminante del faro e per controllare la barca che stava nello scalo, il maestrale era al culmine delle sue forze, a un tratto scorse delle lingue di fuoco che si infrangevano insieme alle onde sugli scogli, la cosa strana era che la luce si vedeva anche sott’acqua, me lo ricordo ancora come se fosse ieri. Mio padre si coprì bene, prese la pila e scese giù, nel frattempo le “fiamme” scomparivano e riapparivano all’improvviso, troppo vento, troppo freddo, dopo un pò il fuoco si spense del tutto e mio padre tornò indietro. L’indomani all’alba il maestrale si calmò un pò e prima di andare a scuola a Cala d’Oliva, io e mio padre andammo a vedere il fatto misterioso! Si trattava semplicemente di un razzo di segnalazione francese che sicuramente urtando negli scogli si era acceso, provocando in noi tanto stupore! Mio padre quel giorno mi raccontò un altro fatto particolare e insolito accaduto a Cala Rena negli anni ’50: con una forte mareggiata di levante il mare portò 5 botti di legno di rovere da 500 litri di vino spagnolo, due si arenarono sulla sabbia e quindi vennero recuperate, le altre tre invece si ruppero urtando contro il promontorio roccioso della spiaggia e della Torre, quindi c’è solo da immaginare l’odore di vino che vi fu per tanti giorni nelle vicinanze di questo splendido posto!

Di ricci, tanto nominati oggi e spesso impiegati anche in gastronomia, ne ho conosciuto di tre tipi diversi: i colorati e commestibili, cioè i cosiddetti “femmina”, con grosse “lingue” di uova, rosso cangiante o arancione, sono grossi, tondeggianti ,di vari colori come il viola, il verde, il marrone, il granato, il senape scuro, poi i cosiddetti “maschi”, non commestibili, con il corpo tondo ma più piatto e piccolo, hanno le spine più lunghe e molto pungenti, poi ricordo i cosiddetti ricci di fondale, molto grandi e pesanti, non commestibili, con spine dall’estremità arrotondata (non pungono) e solitamente di color violaceo, con le estremità delle spine corte e bianche. Nella cala di Levante se ne vedevano tanti, una cala aperta non “raccolta” come invece quella di Ponente.

Nella cala di Levante c’è un tratto di fondale sabbioso, mentre si nuota in un mare blu intenso appare a sorpresa una distesa ampia di sabbia ben “popolata” da sogliole, razze e numerose triglie.

I pesci che predominano la cala di Levante sono le salpe, le occhiate e i saraghi, invece, i “padroni di casa” della cala di Ponente sono i “rocali”, le barchette, i “pesci di re”, le bavose e qualche scorfano, insomma tutti pesci con colori straordinariamente vivaci, una vera allegria a vederli muoversi sul fondo marino! Nuotare o immergersi lungo la costa del Faro di Punta Scorno e sulle secche era emozionante, come sentire la salsedine dentro le vene e nel cuore! Vivere in un faro è un pò come navigare su una nave, il mare si osserva, si ascolta, si impara a viverlo standoci a contatto 24 ore su 24, poi questo Faro di Punta Scorno era, anzi è, un faro bellissimo, con degli appartamenti enormi e le volte altissime. A pian terreno vi era una stanza adibita a ufficio, in un’altra vi era il forno per fare il pane e la lavanderia, in un’altra ancora dei magazzini e poi c’era la stanza della pompa dell’acqua piovana, l’acqua che pioveva sul terrazzo del caseggiato del faro veniva convogliata in una cisterna e poi pompata a mano, girando energicamente una ruota di ferro afferrandola da una manopola. Al piano successivo vi era il nostro appartamento e un altro più piccolo a fianco e così anche al piano superiore al nostro. Dalla finestra della cucina, stando seduti comodamente a tavola, si poteva ammirare l’orizzonte senza limiti, un vero e proprio spettacolo al tramonto, soprattutto durante le sere d’estate e a valorizzare il tutto il volo dei gabbiani e il canto dei grilli che iniziava lentamente per poi proseguire tutta la notte! Dal piano terra si iniziava a salire per delle scale di marmo che poi proseguivano di ardesia, un materiale che avevano portato dalla città di Lavagna i genovesi che lo costruirono nella seconda metà dell’800. I corridoi dei due piani per accedere da un appartamento e l’altro e alle scale sono circolari, proprio a forma di cerchio. Ricordo che ciò colpiva l’attenzione delle persone che venivano a farci visita! Tanti gradini per un totale di 142 e poi finalmente, in cima alla cupola, un paesaggio talmente bello che non trovo le parole. Nelle belle giornate riuscivamo a vedere la Corsica e anche le luci di Castelsardo e delle località limitrofe. Mio padre saliva sulla cupola del faro ogni 4 ore (iniziava dal tramonto sino all’alba) per dare la corda, ossia azionava il sistema di orologeria che faceva ruotare l’ottica del faro, inoltre, per l’illuminazione, al tramonto metteva in moto un gruppo elettrogeno, prima di andare sul faro a dare corda. Questo gruppo elettrogeno si trovava in un magazzino di circa 20 mq nel piazzale del faro e le finestre delle camere da letto erano “in linea d’aria” e pochi metri di distanza da questi motori che rimbombavano tutta la notte, col passare del tempo ci abituammo un pò ma non del tutto. Il rumore del mare, diciamo pure della natura, concilia il sonno, ma con il “sottofondo” di questi motori… non era un sonno tranquillo. Durante il giorno, al faro non sentivamo nessun rumore meccanico, solo quello di qualche aereo, di qualche barca, nulla di più, ma durante la notte sino all’alba questi motori davano un pò fastidio, anche se piano piano cercavamo di abituarci. Durante le fortissime maestralate i motori non si sentivano più di tanto, perché i fischi del vento erano talmente forti che coprivano questo rumore fastidioso. La cima del faro per mio padre era un tempio “sacro”, la custodiva benissimo, lucidando con scrupolo tutti gli ottoni della struttura che reggeva l’ottica e quest’ultima la puliva al punto che brillava intensamente, era abbagliante, poi di giorno metteva delle tende che proteggevano dal sole l’apparato illuminante e di sera prima di dare corda le toglieva.

Durante l’inverno, con le fortissime mareggiate di maestrale, il vento diventava violento, forte, e allora bloccavamo le finestre dei magazzini e dell’appartamento con placche di metallo e viti per non farle spalancare, vi verrà non facile credere anche a questo, ma vi giuro che è vero! La forza delle onde spostava anche i massi e le rocce di granito che si trovavano nelle banchine anche di oltre 3-4 metri, infatti, un’estate potevamo avere una roccia in un punto e l’estate successiva alla parte opposta. Solo una gru poteva rimuovere i grossi macigni, oppure “lui”, forte, insuperabile, con le sue onde giganti, violente! Durante le “terribili” mareggiate invernali, soprattutto di maestrale, mentre salivo per la stradina che portava al faro, sentivo sul viso gli spruzzi delle onde spostati dal vento, una vera e propria “nebulizzazione” dell’acqua di mare! Dopo un temporale l’arcobaleno sul mare era magico come un tramonto di mezza estate!

Quello di far saltare i sassi piatti sul mare calmo era un gioco che mi divertiva moltissimo, ci trascorrevo anche tutta la serata! Raccoglievo tanti ciottoli piatti dello spessore di circa 5 millimetri e poi con un movimento deciso li lanciavo energicamente a fior d’acqua, ed ecco il ciottolo saltellare come una ranocchia sul prato, un gioco semplice ma che mi divertiva molto. Una sera, mentre giocavo a far saltellare le pietre, scorsi in lontananza tra gli scogli (ma che galleggiava sull’acqua) qualcosa di strano che attirò la mia attenzione, non capivo bene cosa fosse e allora corsi nel magazzino (noi lo chiamavano “il casotto”) dove tenevamo tutto l’occorrente per vivere il mare, a prendere il binocolo. Rimasi stupita! Si trattava di uno strano uccello mai visto prima, bianco dalle grandi e robuste dimensioni, si muoveva con difficoltà nell’acqua, cercava di aprire le ali e… che ali… grandissime! Cercava quindi di volare, di salire sugli scogli, ma nemmeno questo intento riusciva a compiere. Chi sa cosa sarà esclamai! Comunque non bisognava perdere tempo, vidi che era un uccello grande con un lungo becco, molto robusto e questo mi intimoriva ad avvicinarmi, dovevo soccorrerlo ma non sapendo la sua indole dovevo proteggermi da eventuali beccate, allora presi il canotto (con la speranza che non lo bucasse), indossai la maschera subacquea per proteggere gli occhi e mi avvolsi le braccia con degli asciugamani da mare di grossa spugna, insomma, sarò stata veramente ridicola ma ci tenevo tantissimo ad aiutare questo “ospite inatteso” e un pò “misterioso” in difficoltà, mai visto in vita mia, che si era presentato suo malgrado all’improvviso! Bisognava salvarlo! Quando mi avvicinai mi accorsi che la mia paura era inutile, era tranquillo, mansueto, sicuramente stanco, stremato perché aveva le ali ma soprattutto le zampe imbrogliate in una sottilissima sagola e una lenza, inoltre, aveva del catrame in un’ala, non tanto però, andava subito eliminato e ben pulito! Era praticamente prigioniero. Chissà da dove veniva! Forse stava emigrando con i suoi “compagni” e si era perso! Nel frattempo arrivò mio padre, si accorse subito che si trattava di una bellissima sula, la liberammo da tutto quell’imbroglio di lenza e sagola e la pulimmo scrupolosamente dal catrame. Non fece mai nessun movimento brusco, notai le zampe secondo me corte in proporzione al corpo e i piedi palmati, ricordava da lontano un pò l’oca o una grossa papera, in ogni caso questo era un uccello marino che sull’Isola non c’è, non nidifica. Mio padre mi raccontò che le avvistava qualche volta nei primi del mese di Novembre da molto lontano mentre emigravano in “comitiva”, ma questa volta eravamo a fine settembre… come mai? Perché? Mah! Appena arrivati in banchina, prima di pulirla dal catrame, pescai dei pesci che divorò all’istante! Non pareva ferita, solo molto stanca, sfinita, chi sa quante ore o giorni di “viaggio” per arrivare lì… la misi in un posto riparato dove non lo avrebbe mai toccato nessun eventuale animale selvatico che durante la notte spesso si avvicinavano sotto il faro, come gatti, lepri, conigli selvatici o topolini campagnoli. L’indomani mattina il primo pensiero al mio risveglio fu rivolto alla sula, la trovai arzilla, stava benone, la accarezzai a lungo, era bellissima, mi dispiaceva da una parte che se ne stava per andare e questo suo desiderio lo manifestava benissimo, doveva ritornare sui suoi “passi”, raggiungere i luoghi nei quali era destinata. La posai sul muretto del piazzale del faro e non feci in tempo a darle un’altra carezza che si sollevò in volo. Era una meraviglia! Poi si tuffò nel mare, riemerse e riprese il suo volo, il tempo lì era favorevole, quindi doveva approfittarne… me la ricordo ancora che si allontanava pian piano volando benissimo, con grande abilità, era salva e presto avrebbe trovato il posto adatto al suo tipo di vita. Ora oltre i gabbiani e i cormorani avevo avuto il piacere di conoscere queste sule, bravissime nel volo e nel tuffarsi a capofitto nel mare!…

Al faro facevamo un’azione quotidiana, la mattina presto e la sera all’imbrunire, era un vero e proprio “rituale”, e cioè si osservava con scrupolo tutto l’orizzonte e la costa con il binocolo e quando il mare era in tempesta lo spettacolo era unico! Il mare è bello da contemplare in ogni caso, sia agitato che calmo come olio! Con il mare calmissimo era una festa osservare con il binocolo i delfini saltare agili, luccicare tra gli spruzzi con le loro “piroette”, e i capodogli e le balenottere, anche loro come la sula di passaggio per raggiungere mete adatte alla loro vita, grandi, enormi ma piccoli e indifesi in confronto all’immensità del blu! All’Asinara ci sono tre torri del Seicento, quella più vicina al faro distava circa un chilometro e spesso mi piaceva andarci per osservarla e per “viaggiare” con la mente nel passato… se questa torre potesse parlare… (dicevo tra me) quante vicende legate al mare racconterebbe! Una sera, dopo aver ammirato la torre, mi venne la fortissima tentazione di andare nella sottostante cala del “Cornetto”, iniziai a scendere, si sentiva un effluvio intenso, di salmastro e erbe marine e di vegetazione che cresceva rigogliosa sulla “parete” sino alla cala. Ad un tratto mi franò il terreno sotto i piedi e iniziai a ruzzolare giù per la scarpata e in pochi istanti mi ritrovai tra gli scogli! I grandi e morbidi cespugli sicuramente avevano attutito gli urti, infatti, reagii immediatamente, mi alzai subito, stavo bene, nessun dolore, non so perché mi caricai di un forte ottimismo, ma il retro della coscia sinistra era impressionante, completamente “scorticato”, con graffi molto profondi ma niente di più! Sentivo un forte bruciore, istintivamente andai subito nell’acqua di mare per pulire in qualche modo l’estesa abrasione che era sporca di terra, rimasi calma, non mi spaventai più di tanto. La vita in un posto come Punta Scorno ti aiuta a non “ingigantire” ogni cosa, quindi mi soccorsero alla fine i miei genitori che avevano assistito all’accaduto da lontano con grande spavento e mio padre, per evitare che mi rifacessi male, mi venne a prendere con la barca. Per molti giorni rinunciai a nuotare, la ferita doveva rimarginare, nel frattempo “tirava”, dandomi molto fastidio, ma sopportavo bene il tutto e non potendo fare sforzi e movimenti mi dedicavo a pescare con tutte le lenze che mi costruivo, insomma, il mare era sempre il protagonista della mia vita e dava supporto ed effetto benefico al mio umore. Ora che mi ricordo ebbi un altro “incidente” più fastidioso di questo appena descritto. Mi trovavo in un’insenatura sotto il faro esposta a levante, salii su uno scoglio, scivolai e misi il piede destro su tre ricci che stavano proprio uno vicino all’altro, insomma, la pianta del piede destro completamente nera, “trafitta” di spine! Anche qui mantenni la calma, nuotai verso la banchina di levante a tutta velocità, lì trovai mio padre che mi aiutò ad uscire dall’acqua e mi condusse a casa dolorante. Era impossibile eliminare le spine con un ago disinfettato, fortunatamente riuscimmo a trovare (dopo alcuni giorni che ci mettevamo in contatto con Porto Torres) una pomata di color marrone, sembrava e aveva un odore simile alla colla di pino, che si cospargeva abbondantemente sulla parte interessata e pian piano si dilatavano i buchi con le spine e queste ultime venivano gradualmente eliminate! Per circa 50 giorni camminavo a stento, solo con l’estremità del tallone, ma nonostante tutto non rinunciai ancora una volta al mare… questa volta potevo anche nuotare, quindi superai anche questo inconveniente. Un particolare dei ricci curioso è che quasi tutti hanno sopra qualcosa, ad esempio una conchiglia, anche un solo frammento, oppure dell’erba marina, insomma, una specie di decorazione! Un pò come la famosa ciliegina sulla torta…

Arrampicarmi tra le rocce e gli scogli sotto il faro era come vivere in un mondo irreale, rocce che evocavano alla mente delle forme di animali o di oggetti, insomma, sbizzarrivo la fantasia, e poi avevo un posticino tutto mio dove mi raccoglievo in silenzio a leggere o a scrivere riflessioni e pensieri ed era proprio alla Cala di Ponente, sotto il faro, vicino a una grossa roccia che chiamavamo il “Monaco” proprio per la sua forma. Lì vi era una grotta scavata da madre Natura nel granito, ci trovavo un pò di tutto, come semi di frutta, ossa di animali, lische di pesce e qualche osso di seppia, perché sicuramente i gabbiani reali andavano, in mia assenza, a compiere i loro “spuntini”. Mi sedevo lì con il mare di fronte: infinite le sfumature di azzurro… il “blu” senza confini… vedevo solo cormorani, gabbiani, pescherecci, barche a vela, navi e panfili all’orizzonte… cosa c’era di meglio per meditare e stare un pò con se stessi? L’Asinara l’ho visitata in ogni angolo, “l’ho vissuta tutta” ma ho un desiderio, chi sa se un giorno avrò l’opportunità di realizzarlo? Mi piacerebbe vedere tutta l’isola da un elicottero! Dall’alto deve essere proprio interessante ed emozionante!

Quando arrivava l’autunno si abbandonavano (ma non del tutto) le attività marinaresche, il mare non si trascurava mai, era impossibile, e ci si dedicava per lo più alla raccolta dei funghi. L’Asinara è sempre bella in ogni stagione, il suo fascino è intenso anche con le giornate di pioggia tipiche dell’inverno! Quindi dal faro andavamo nelle vallate all’interno dell’Isola ma sempre nella zona nord, in linea d’aria in corrispondenza di Cala Rena, qualche volta anche verso Cala d’Oliva ma raramente. La Costa dell’Isola è incantevole, ma anche l’interno è un vero paradiso. Si godeva di un profumo intenso e aromatico di erbe, di piante e di terra, si proprio di terra bella “grassa”, ricca di nutrimento, si vedeva solo a toccarla. Durante l’inverno, quando le giornate erano proprio brutte e non si poteva “vivere” il mare, mio padre si dedicava alla barca, la metteva dentro il “casotto”, la “restaurava” con scrupolo, con amore, una barca in legno di pochi metri, costruita (da mio nonno paterno di nome Mino che viveva a Cala d’Oliva) proprio per lui, si chiamava Levante. Ah, se quella barca potesse parlare… quante avventure racconterebbe… quanti pesci ha visto e trasportato! Durante le brutte giornate non mi annoiavo mai, molte persone quando venivano a trovarci chiedevano se mi sentivo sola, triste e annoiata, mai, mai ho avvertito al faro questi stati d’animo, trovavo sempre qualcosa da fare, avevo gli animali da “curare”, come gabbiani, passerotti caduti dal nido (ad esempio per un colpo di vento), oppure andavo ad osservare le formiche e a portargli le briciole di pane, infatti, scoprii sotto il faro un grosso formicaio e lo custodivo con attenzione, inoltre, avevamo il pollaio e i conigli, questi ultimi non in gabbia ma liberi di scorrazzare per tutto il territorio circostante, anche le galline non erano recintate ma la sera presto tornavano nel pollaio e di giorno, anche se libere, erano praticamente un pò ammaestrate! Nessuna noia, nessuna solitudine, non c’era il tempo per accorgersi che in fin dei conti questi due aspetti ci riguardavano da vicino, la solitudine fa parte della vita in un faro in un’isola e non ci si pensava, eravamo consapevoli di questa realtà.

Questi sono una parte dei ricordi della mia vita in quest’Isola affascinante, in tutti i versi, per ogni “angolo”. Spero con questo racconto di aver trasmesso la bellezza della natura dell’Asinara, ma anche le emozioni e i miei stati d’animo. Vorrei ancora raccontare numerosi avvenimenti… sono tanti, tanti come le stelle marine…

Sono sicura che noi che amiamo profondamente il mare vediamo tutto il resto del mondo con occhi diversi, un pò sognanti. Da “lui” si impara tanto, è un vero e proprio maestro di vita! È così?

L’Asinara, un’isola che ho amato tantissimo, vivendoci sia in situazioni belle e brutte, e attraverso i racconti di mio nonno e mio padre, con innumerevoli vicende e incantevoli “favole antiche” di grande fascino, legate alla vita di uomini, donne e bambini trascorsa in un luogo circondato da un mare che trionfa di fascino, bellezza e quotidiane sorprese!

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