Cen, l’ultimo Rais

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CEN, L’ULTIMO RAIS

Testo di Annamaria “Lilla” Mariotti
Pubblicato su Nautica 531 di luglio 2006

Cen se n’è andato a 94 anni, in silenzio, con dignità e discrezione come aveva sempre vissuto. Ha lasciato questo mondo in punta di piedi, senza fanfare, senza manifesti bordati di nero agli angoli delle strade con la scritta: “È mancato all’affetto dei suoi cari… Lorenzo Gelosi… (Cen)… ne danno il triste annuncio… il funerale si terrà…”. Niente di tutto questo, un funerale nelle prime ore del mattino, poi la cremazione, queste le sue ultime volontà. Nessuno ne sapeva niente, io personalmente ne sono venuta a conoscenza leggendo un articolo a lui dedicato su “Il Secolo XIX” di lunedì 13 Febbraio, quando tutto si era compiuto.

Se si fosse saputo, certo il suo funerale non sarebbe andato deserto, ci sarebbe stata tutta Camogli, tanto quest’uomo era amato, ormai era un’icona, una leggenda. Avevo notato da un pò di giorni che la sua solita sedia sotto il porticato vicino all’imbarcadero era deserta, una sedia che da sempre qualcuno portava per lui e che ormai era consunta dall’uso. Lui stava lì, con la testa appoggiata sul mento, dormicchiava, o così pareva, perché appena la barca della tonnara arrivava a terra, allungava il collo per vedere cosa avevano portato, senza alzarsi, aspettava che i pescatori passassero davanti al suo sedile per chiedere notizie. Di solito era circondato dai pochi gatti rimasti al porto, perché Cen era anche famoso per il suo amore per i gatti, ai quali non faceva mai mancare un boccone o un pò di latte.

Fino a pochi anni fa, durante l’inverno, Cen lavorava ancora alla preparazione delle reti, quelle reti in filetto di cocco lavorate a mano come secoli fa, che poi, per tutta l’estate sarebbero rimaste in mare vicino a Punta Chiappa a formare il più antico impianto di pesca rimasto nel Nord Tirreno. All’inizio della primavera lo si vedeva poi sul molo, quando i pescatori assemblano le reti della tonnara, a lavorare insieme a loro, suscitando alle volte qualche salace commento quando si faceva troppo invadente, perché dall’alto della sua esperienza Cen voleva sempre dire la sua, cosa non sempre bene accetta dai più giovani. Ma Cen in tonnara c’era stato ben prima di loro, aveva sulle spalle più di cinquant’anni di continuo lavoro e non sempre come Rais, o Raixe, come si chiama nel dialetto camoglino. Aveva fatto la sua gavetta, allora i tonnarotti andavano a Punta Chiappa, sull’impianto, a forza di remi e passavano la giornata, e alle volte anche la notte, sulla “poltrona”, la barca fissa, dove si preparavano la zuppa con i pesci più piccoli raccolti dalla rete e con le gallette e il vino bianco portati da casa. Questa era prima colazione e pranzo. Aveva lavorato con Rais storici, come Barba Rocco, al secolo Lorenzo Mortola (1894-1971) di Punta Chiappa, prima di diventare lui stesso Capo Tonnara, come forse si usava di più chiamare l’uomo che comandava le guardie, perché così si chiamano i turni sulla rete della tonnara. Poi ancora andava ad aiutare a calare l’impianto, sempre per insegnare ai più giovani questo mestiere antico, che qui a Camogli dura quasi ininterrotto da quattrocento anni e, se si perde la pratica, chi calerà più le reti? Qualcuno dei pescatori una volta mi ha detto: “Quando non ci sarà più Cen, non si calerà più la tonnara”. In effetti questo non è ancora avvenuto, perché da quando Cen ha smesso di prendere parte alle operazioni di lavorazione delle reti e messa in opera della tonnara, l’impianto viene ancora calato, i motivi che impediranno la sua continuità nel tempo forse sono, al momento, più di ordine economico che pratico, anche se da un anno all’altro diventa sempre più difficile riuscire a reperire personale disposto ad accettare questo lavoro duro e impegnativo.

Cen era un uomo silenzioso e schivo, io non sono mai riuscita ad avere con lui una conversazione, anche se morivo dalla voglia di interrogare quell’enciclopedia vivente sulla storia della tonnara. Chissà quante cose avrebbe potuto raccontare, ma per lui la tonnara era stata il suo lavoro e forse non capiva la mia curiosità e quella di altri che volevano avere da lui tutte quelle informazioni, per scrivere articoli, per fare documentari? Ma chi se ne importa. Negli ultimi anni poi era diventato molto sordo e per lui capire cosa uno diceva doveva essere un tormento, per cui preferiva lasciar perdere. Solo qualche volta, in passato, si era lasciato andare, come quando aveva raccontato dei grossi tonni rossi presi dalla tonnara negli anni ’50 e ’70 del 1900, a distanza di quasi venti anni, due tonni sui 350 chili l’uno, e altri più piccoli, due pesche eccezionali se si pensa che a Camogli tonni rossi ormai non se ne vedevano più da molto tempo.

Una ventina di anni fa era stato girato un documentario da RAI Regione sui pescatori di Camogli, documentario che è stato riproposto in anni recenti in una sera d’estate alla sala Benedetto XV gremita di gente, e in alcune scene Cen veniva intervistato sulla sua professione e ricordo le sue risposte, date con la sua solita gentilezza, ma lente, calibrate, ritrose, senza nessun tipo di eccitazione nella voce al pensiero di trovarsi di fronte alle telecamere, questo era tipico di Cen. Ma Cen era capace anche di gesti sorprendenti, come quando nel 1968 permise ai ragazzi che stavano preparando il falò per la festa di San Fortunato, patrono dei pescatori, di prendere il vecchio asino, la barca che porta il pescato della tonnara, allora destinato alla demolizione, e di usarlo per il falò, che divenne così, per la prima volta nella storia di questo evento, una pira eccezionale con quella barca sulla cima tutta vestita a festa.

Cen ha avuto anche momenti di celebrità, nel 1970 era stato insignito del Premio “San Prospero”, un riconoscimento che veniva dato ai cittadini camogliesi che si erano distinti soprattutto nel campo della navigazione, ma quell’anno Lorenzo Gelosi venne giudicato idoneo per riceverlo. La sua immagine è stata pubblicata su una cartolina che si trova in vendita a Camogli ancora adesso e sicuramente chi la compra e la spedisce chissà dove non sa chi sia quel pescatore in piedi, sotto gli archetti del porticciolo, che ripara una rete, ma si tratta di una leggenda di cui si parlerà per molto tempo.

Cen aveva una famiglia, una moglie, dei figli, dei nipoti? Non lo so e forse non lo saprò mai, dovrei indagare, ma non credo di volerlo fare, proprio per rispettare la ritrosia di questa persona così speciale che ha fatto parte della nostra vita per così lungo tempo, una parte della storia di Camogli, della storia minore, forse, ma non la meno importante. Io sono riuscita a conquistare da lui un saluto e un sorriso dopo anni di corteggiamento, forse quando ha capito che la mia ricerca non era solo una curiosità turistica, ma un vero interesse per la storia di quella tonnara che era stata la sua vita, e da allora ogni volta che ci incontravamo non mancava mai di girare la testa e di darmi il buongiorno con il sorriso nei suoi occhi azzurri. Qualcosa di cui mi sentivo onorata e un ricordo che mi porterò dentro. Vorrei ricordarlo così, come lo incontravo quasi ogni mattina mentre si dirigeva alla sua postazione al porto. Sempre in ordine, con i jeans ripiegati sulle scarpe, o sui sandali, secondo la stagione, il berretto in testa, le mani dietro la schiena, leggermente curvo in avanti, con il passo dondolante di chi è abituato a stare in barca, chiuso nel silenzio ovattato della sua sordità che niente poteva penetrare.

Addio Cen, amico mio.

Camogli, 19 Febbraio 2006

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