Isola dell’Asinara, memorie dal mare di epoche lontane

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ISOLA DELL’ASINARA
Memorie dal mare di epoche lontane

Testo di Marina Rita Massidda
Pubblicato su Nautica 538 di Febbraio 2007

Ho vissuto all’Asinara, al faro di Punta Scorno, alternando dei periodi al paesello di Cala d’Oliva, dove vivevano dal 1888 i miei bisnonni e di conseguenza i miei nonni paterni Ida e Nino.

Questa terra mi ha visto crescere e mi ha permesso di vivere un’infanzia indimenticabile, che porto nel cuore con ricordi che fanno rabbrividire dall’emozione. Episodi singolari e felici, ma anche situazioni con problemi non facili da affrontare, come quando durante l’inverno l’isola con le mareggiate, le burrasche e le tempeste non poteva essere raggiunta da nessun mezzo di soccorso (oggi ho quarant’anni, ma avevo solo sei mesi quando iniziò la mia vita al faro!). Le esperienze negative comunque tempravano e non turbando la mia vita ne fortificavano il carattere. Vivendo al faro, in un posto isolato, a volte si aveva la sensazione di essere “fuori dal mondo”, dimenticati da tutto e da tutti… Ma questo succedeva solo per pochi istanti, quando la solitudine a volte si faceva sentire e la natura ci veniva incontro come un vero e proprio elemento di consolazione, con giornate stupende all’insegna del mare, con lunghissime nuotate con maschera e pinne, fondali unici e belli. Fondali pescosi, con cernie anche di trenta chili, soprattutto sulla secca della Cala dei Levante sotto il faro!

Come ho già detto, ogni tanto passavo dei periodi (circa venti giorni) a Cala d’Oliva a casa dei nonni. Erano giorni felici, ogni sera guardavo stupita le numerosissime foto di famiglia che nonno Nino scattava per tutta l’isola, sia per eventi importanti come il naufragio di un bastimento, oppure manifestazioni religiose, ma anche per motivi di poca importanza. Mio nonno amava fotografare tutto, proprio tutto (e io ho ereditato questa passione, vincendo anche concorsi fotografici per dilettanti!).

Nonostante le foto fossero in bianco e nero o color seppia, a me apparivano a colori! Giuro! Infatti erano talmente belle e suggestive che mi apparivano proprio così. Nonno non ritraeva solo paesaggi, rocce o piante ma anche la gente, gli sguardi. Con le foto di nonno si riesce a capire a primo impatto “il pulsare” del cuore dell’Asinara, la vita con la sua gente, i suoi lavoratori con i vecchi mestieri “immortalati” ormai scomparsi e i bambini che giocavano sulla candida e assolata piazzetta sotto la chiesa intitolata all’Immacolata Concezione che venne inaugurata cento anni prima della mia nascita nel 1865 (così mi dicevano i miei nonni). In questa chiesetta feci la mia Prima Comunione, in piena estate. Ricordo che tutte le famiglie cercarono di addobbare la chiesa con una grande unione e un immenso entusiasmo. Quando uscii dalla chiesa di fronte a me il mare del porticciolo di Cala d’Oliva… ero commossa… e “tanto azzurro” di fronte a me mi rendeva più che mai felice.

Ogni fotografia ha una sua storia, sia fatta da mio nonno che da suo padre Francesco, ancora sepolto nel piccolo cimitero di Cala d’Oliva, dove ogni tomba avrebbe una storia preziosa che arricchirebbe la conoscenza dell’Asinara: donne, bambini, detenuti, guardie, militi ignoti portati dal mare e ritrovati (anche da mio padre e da mio nonno) tra gli scogli, tutti riposano in pace e non vanno assolutamente dimenticati, anzi sono “storia dell’isola”.

Tante foto, tanti ricordi ma anche tante passeggiate ed escursioni sull’isola, soprattutto durante i primi giorni di primavera, quando ogni fiore, anche il più piccino e selvatico, emana un piacevole profumo. Da Cala d’Oliva si andava molto spesso a Cala del Turco, a Cala Giordano (o dei Ponzesi) e Cala Sabina, tre cale vicine una all’altra che si raggiungevano percorrendo a piedi circa due chilometri dal paesello, con una suggestiva stradina e un panorama da contemplare in silenzio, come se fosse un’opera d’arte, un mare azzurro più che mai e in alcune giornate limpide all’orizzonte si vedeva la Corsica. La stradina è immersa nella macchia mediterranea, dove prevalgono alberi di olivastro selvatico e lentisco, che in alcuni periodi dell’anno (durante l’estate) forma delle bacche di un brillante rosso carminio. Anticamente, per raccogliere queste bacche venivano impiegate delle squadre di detenuti e l’olio ottenuto dalla loro lavorazione e spremitura veniva impiegato per accendere la lampada votiva della chiesa e di qualche tomba.

La passeggiata con i nonni verso le tre cale era accompagnata da un passo lento, con delle piccole soste interrotte dal clic della macchina fotografica (che tenevano come una reliquia) o per raccontare con più calma gli eventi, descrivendo scrupolosamente ogni particolare, compresi i colori, i profumi e la voce di qualche personaggio che aveva conosciuto, ad esempio se aveva un timbro di voce basso, un’accento particolare e così via, quindi mi pareva di vivere quei momenti, ero piacevolmente suggestionata!

All’Asinara lungo la costa non ci sono cale più belle o più brutte, diceva mio nonno, ogni cala ha la sua storia, la sua particolarità, la sua leggenda, che la rende importante o famosa attraverso i tempi. Cala di Turco, la prima cala che andavamo a vedere, la raggiungevamo seguendo una disagevole discesa, ma noi, vivendo sull’isola, eravamo “ruspanti” e abituati ad arrampicarci come le capre!

Cala di Turco (o Guardia di Turco) una cala piccola, nascosta, con un fondale basso, sabbioso e roccioso, e quando l’acqua del mare era molto limpida, senza nessuna corrente che “increspava” la superficie, si verificava un armonioso accostamento di colori, come sulla tavolozza di un pittore, il turchese con il verde smeraldo della posidonia e il marrone chiaro degli scogli formavano tutti insieme un angolo paradisiaco, la battigia era rocciosa, il granito di ogni colore e brillante al sole. Ricordo che avevo la mia roccia preferita per accovacciarmi e meditare sul racconto (leggenda o storia…) che coinvolse quel luogo. Durante le scorrerie saracene, un turco avrebbe raggiunto con una bella imbarcazione l’isola, approdando proprio dove mi trovavo… e insieme a dei compagni cercò di portare via con la forza alcune donne dell’isola, l’intento non riuscì, perché il turco e i suoi seguaci furono scoperti e vennero scacciati dagli abitanti dell’isola con delle armi da fuoco a canna lunga, portatili ma molto ingombranti. Un rapimento di donne!! la cosa mi stupiva… ma poi perché proprio le donne dell’isola dell’Asinara? Se invece qualcuna fu veramente rapita? Questa è una storia che ci permette di solleticare la curiosità e la fantasia della nostra mente e… desideriamo darle un finale a nostro piacimento tanto da farci sognare e credere in una bella favola “scaturita” tra i graniti multicolore dell’Asinara.

Cala di Turco rimase famosa anche perché in tempo di guerra fu ritrovata adagiata sulla battigia una foca monaca senza vita, uccisa da una mina galleggiante da 300 chili di tritolo, non la rese irriconoscibile, non la lacerò, però l’urto, il boato e qualche scheggia contriubuirono al suo decesso, questo avvenimento all’epoca rimase per molto tempo impresso nella mente della gente del posto.

Cala Giordano e Cala Sabina hanno avuto dei periodi della storia dell’isola dove una era in stretta relazione con l’altra, praticamente come se fossero due persone che collaborano tra di loro per un unico fine. Ora mi spiegherò meglio…

Cala Giordano viene chiamata anche Cala Ponzese (una cosa da non dimenticare) perché durante la guerra del ’15/18 vi era un accampamento di prigionieri che insieme ad altri compagni accampati in altri posti (verso il faro) costruirono la strada che da Cala d’Oliva porta sino a Punta Scorno, ossia al faro. Non realizzarono solo questa strada, ma anche degli abbeveratoi per gli animali, molto grandi e capienti, ad esempio vicino a una cala chiamata “la Mollica”, che si trova poco prima della bella e grande spiaggia di Calarena, dominata da una torre seicentesca ancora in buono stato a circa 25 metri dal livello del mare!

Cala Giordano (o cala Ponzese) è una minuscola spiaggetta a forma di semicerchio, con una battigia particolarmente sorprendente, con lunghe striature color rosso vermiglio, costituita da minuscole concrezioni e frantumi di corallo rosso. Una spiaggetta raccolta, incastonata come una preziosa perla bianca in un antico gioiello d’oro. A completare il suggestivo paesaggio troviamo su un lato delle grandi rocce di granito, levigate dalle onde, granito soprattutto grigio chiaro e nero con minuscoli bagliori a seconda della posizione del sole. il nome Giordano deriva dal fatto che intorno agli anni ’20, praticamente dopo il primo conflitto mondiale, un medico andò a stabilirsi in una casetta (ora diroccata) vicino alla spiaggetta, tanto fu affascinato di questo angolo dell’Asinara, in realtà la casetta utilizzata dal dottor Giordano erano le strutture della piccolissima caserma del corpo di guardia della prima guerra mondiale che il medico ristrutturò al meglio. Ne valeva la pena, aveva anche la cisterna per la raccolta dell’acqua e quindi per la sua presenza gli abitanti dell’isola la chiamarono Cala Giordano. Con certezza questo ci porta anche a pensare che fosse un buon medico e una persona meravigliosa, che amava la gente, la natura e stare a contatto con il mare!

Durante il secondo conflitto mondiale la casetta venne distrutta, perché una mina galleggiante andò a esplodere contro gli scogli (a Nord- Est) e a causa di questo scoppio (300 chili di tritolo) la piccola casetta di Cala Giordano crollò e ora ci sono solo i ruderi! Il nome Cala Ponzese le venne attribuito dagli abitanti dell’isola perché per tantissimi anni (prima e dopo le guerre mondiali) molti pescatori arrivavano da Ponza con delle barche lunghe sette metri, a remi e a vela. Raramente giungevano con imbarcazioni più grandi! Cala Giordano era diventato il posto preferito dei ponzesi in tutta l’isola, utilizzata da primavera all’autunno come appoggio per la pesca delle aragoste, che erano veramente abbondanti nei fondali di tutta l’isola. La pesca dell’aragosta avveniva con delle nasse costruite da loro stessi con grande maestria, utilizzando giunchi, ossia una pianta con un fusto sottilissimo e lungo, resistentissimo e flessibile, presente sull’isola nei luoghi umidi. A Castel Sardo, tipica località turistica a pochi chilometri da Porto Torres (dove abito) usano ancora realizzare a mano, con grande abilità, dei cestini proprio con il giunco, un’arte antica di Castel Sardo che richiede molta pazienza e amore per le tradizioni sarde. Le nasse venivano realizzate a forma di grande campana e sotto chiuse ma con un foro particolare fatto in un modo che la preda entrasse attratta dall’esca ma non potesse più uscire. Prima di essere gettata in mare la nassa veniva “corredata” di esca, solitamente dei pesci. I ponzesi stavano sulle barche, ci dormivano, ma per mangiare cucinavano a terra tra delle rocce di granito che avevano scelto proprio per la forma, perché si collocavano bene le pentole e le griglie. Tutt’oggi ci sono le tracce del fuoco. I ponzesi pescavano le aragoste e dalle nasse le trasferivano in vivai chiamati “marruffi”, fatti un pò a forma di campana utilizzando delle verghe di lentisco (in sardo questa pianta si chiama “chessa”) ed è la stessa pianta che ho citato all’inizio dell’articolo quando ho parlato delle bacche rosse… ricordate?

I “marruffi” venivano adagiati sui fondali di Cala Sabina e contenevano circa quattro-cinque quintali di aragoste ognuno.

Cala Sabina è una spiaggia molto bella e per giunta si può ammirare dall’alto, infatti appare all’improvviso lungo il percorso proprio dopo l’ultima curva: trasparenze verde smeraldo e turchesi, sabbia bianca come talco, solo osservarla regala una piacevole sensazione di benessere… figuriamoci una bella nuotata…

I ponzesi catturavano le aragoste per venderle alla fine della stagione di pesca, quando arrivavano dei grossi bastimenti (sempre da Ponza) che portavano questi preziosi e gustosi crostacei dalle scarlatte sfumature in Francia, precisamente a Marsiglia.

I ponzesi non si dedicavano solo alla pesca delle aragoste. Questi esperti e avventurosi “lupi di mare” catturavano pesci di ogni genere e tanti polpi che, per conservarli, salavano per bene con un consistente strato di sale che aquistavano a Cala d’Oliva, nel negozio che gestiva la mia famiglia. Il sale però era grosso e per renderlo fine lo “macinavano” su uno scoglio, dove ancora oggi se possono vedere le tracce. Quando il sale diveniva sottile era più facile da cospargere sui polpi e sui pesci, che dopo questa operazione mettevano a essiccare “tappezzando” completamente le rocce, che con la loro forma si prestavano molto bene per tutto ciò! Pesci e polpi non venivano venduti ma portati via una volta essiccati per consumo familiare.

Durante le mareggiate i ponzesi venivano disturbati dalle onde e allora tiravano a terra le barche, sulla spiaggetta, utilizzando un paranco a mano che all’epoca (non vorrei sbagliarmi) era obbligatorio tra le dotazioni di un’imbarcazione come la loro. Dormivano sempre sulla barca o in qualche comodo giaciglio al riparo dal vento.

In una delle foto che ho allegato, sullo sfondo ci sono dei grossi cesti… quelli sono i “marruffi”…

Con i miei ricordi e riflessioni sull’Asinara desidero regalare ai lettori qualche emozione (così come quando si ascolta una canzone o una musica), inoltre cerco di dare spessore non solo alla bellezza naturalistica ma anche a quella dell’anima della gente che ci ha vissuto per lunghi o brevi periodi e per qualsiasi motivo. Mi piace divulgare l’Asinara con notizie e memorie di epoche lontane, per favorire una conoscenza storica, ciò lo ritengo molto importante. Là dove ammiriamo acque cristalline, sabbie impalpabili e candide e contesti paradisiaci con profumi di lentisco e ginepro ci sono stati episodi che hanno coinvolto uomini in tanti eventi difficili e in varie epoche. Con questo discorso non desidero rattristare certamente il lettore ma semplicemente lo invito a riflettere su che cosa è stata l’Asinara attraverso i tempi. È importantissimo non dimenticare, è indispensabile credere in valori che rispettano e onorano la memoria di chi sull’isola ha lavorato, ha scontato una pena, ha rischiato la vita, oppure semplicemente ha vissuto dei bei momenti, ma perché provando amore per questa terra ogni fardello veniva alleggerito, ogni inconveniente si risolveva con dedizione e passione.

Si sa! Sarà un comune modo di dire… ma a volte l’amore fa miracoli… anche all’Asinara!

Questo l’ho vissuto in prima persona!

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