Balenieri in crinolina

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

BALENIERI IN CRINOLINA

Testo di Annamaria “Lilla” Mariotti
Pubblicato su Nautica 553 di Maggio 2008

Questi intrepidi balenieri in crinolina non sono altro che quelle donne americane che a partire dalla seconda metà del 1800 accompagnavano i loro mariti, comandanti di navi baleniere, in viaggi lunghi anche quattro o cinque anni, entrando a far parte della leggenda e di un mondo che fino a quel momento era stato esclusivamente maschile. Questa navi partivano da molti porti conosciuti della costa orientale degli Stati Uniti e anche dal Nord Europa, ma soprattutto da New Bedford, una città del Massachusetts vicino a Cape Cod, che si affaccia sull’oceano Atlantico, la stessa da cui inizia l’avventura di Ismaele, la voce narrante del romanzo pubblicato da Herman Melville nel 1851: “Moby Dick”. La sua fondazione risale alla seconda metà del 1600, quando arrivarono nella zona alcuni inglesi facenti parte della colonia fondata a Plymouth dai Padri Pellegrini sbarcati nel 1621 dal Mayflower, e che acquisirono questi nuovi territori dagli indiani locali pagandoli con qualche cianfrusaglia. Questi uomini già a partire dalla seconda metà del 1700 si dedicarono alla pesca delle balene e in breve questa divenne l’attività principale e più remunerativa della nuova città, che nel 1800 e per circa un secolo è stata la capitale mondiale della baleneria, acquistando notorietà e ricchezza.

Tutta la vita di New Bedford gravitava intorno al porto, dove le grandi baleniere erano ormeggiate ai moli, circondate dai fusti del prezioso olio ricavato dai grandi cetacei, e l’economia cittadina cresceva, insieme alla prosperità delle ditte che lavoravano l’olio e fabbricavano candele di spermaceti, una materia grassa ricavata dalla testa dei capodogli. Sulla via principale si aprivano negozi che mettevano in bella mostra oggetti esotici provenienti da tutte le parti del mondo, che i capitani, e in seguito anche le loro signore, riportavano dai loro viaggi. Armatori e capitani facevano parte della buona borghesia e vivevano con le loro mogli in grandi case nella zona più elegante della città, che aveva una splendida vista sul porto. Ma questo non è che l’aspetto esteriore, i capitani venivano ingaggiati per lunghissimi viaggi che duravano anni, perché la caccia alle balene spaziava dall’Artico al Sud Pacifico, e lasciavano a casa le loro spose, spesso giovanissime, occupate solo ad allevare figli e aspettare. Era già in uso, tra i capitani della navi mercantili, di portare a bordo le loro mogli, ma una nave mercantile era abbastanza comoda, i viaggi erano brevi e l’equipaggio poco numeroso, poteva contare circa 15 uomini. In una società quacchera come quella di New Bedford nessuno avrebbe mai preso in considerazione l’idea che una di quella benestanti signore potesse salire su una nave baleniera. Questa navi non erano molto grandi, spesso non più lunghe di 30 metri, erano sporche, sovraffollate da equipaggi di una trentina di uomini di tutte le estrazioni sociali e di tutte le razze, perché occorrevano braccia numerose a bordo, tra gli addetti alla caccia, gli addetti alle manovre e gli uomini che si occupavano dell’estrazione dell’olio. Spesso facevano parte dell’equipaggio anche indiani, che volevano provare nuove esperienze, uomini di colore che si imbarcavano per sfuggire alla schiavitù e agricoltori provenienti dall’interno che cercavano un qualche guadagno dopo una magra stagione, ma anche uomini che volevano sfuggire alla giustizia.

A parte quelli che facevano il baleniere di mestiere, la maggioranza degli uomini veniva reclutata con promesse di una vita avventurosa e grossi guadagni, in realtà la vita che conducevano a bordo era molto dura e i guadagni scarsi, dato che venivano pagati con una percentuale sui ricavi a fine viaggio e tutto dipendeva dall’andamento della caccia e dalla quantità d’olio ricavata. Inoltre era comune che gli uomini chiedessero anticipi in denaro agli armatori e al ritorno non restava più nulla. Alcuni uomini non resistevano, disertavano al primo scalo, e venivano rimpiazzati con indigeni del posto, che spesso tornavano a New Bedford con l’equipaggio. Il Quiqueg di Moby Dick doveva essere uno di loro. Per tutti questi motivi, il fatto che una signora per bene potesse vivere in una simile promiscuità era considerato impensabile, nonché scandaloso e sconveniente. Ma qualcuna si ribellò a questi pregiudizi e alla solitudine e nei primi anni ’40 del 1800 la prima signora, Mary-Ann Sherman, si imbarcò con il marito Edward sulla baleniera “Harrison”. La famiglia ne fu così sconvolta che dichiarò la congiunta “defunta” e fece addirittura erigere una lapide nel locale cimitero. Disgraziatamente la giovane morì a bordo nel 1850, a soli 24 anni, e fu sepolta in una sperduta isola del Pacifico.

L’esempio di Mary-Ann fu presto seguito da un’altra pioniera, Mary Brewster, che salpò nel 1845, e per questo venne ripudiata dalla famiglia. Questo non la fermò e lei seguì il marito William in tutti i suoi viaggi, scrivendo un diario sulle sue esperienze di bordo e chiamando “sister sailor” (sorella marinaio) tutte le signore che le capitava di incontrare durante la navigazione. Infatti molte altre mogli seguirono questi esempi e da allora in poi molte baleniere avevano a bordo una donna. Gli stessi armatori, che in un primo tempo avevano ostacolato queste partenze, si erano resi conto che la presenza a bordo della moglie del comandante poteva servire a calmare le intemperanze degli uomini, compreso il capitano, che, quando arrivavano nelle verdeggianti isole del Sud Pacifico, molte delle quali spesso ancora inesplorate e abitate da cannibali, si ubriacavano e si sollazzavano con quelle bellissime ragazze che non avevano certo le remore morali delle giovani che avevano lasciato a casa. In effetti questa presenza riusciva un pò a calmare gli animi e i bollenti spiriti, anche se gli uomini riuscivano sempre, con vari stratagemmi, a portare a bordo rum a ragazze. Si è visto spesso in certi film d’avventura un veliero che si ormeggia davanti a una spiaggia tropicale, bordata di palme e orde di canoe con a bordo bellissime ragazze seminude, ricoperte da collane di fiori che assalgono la nave, accolte con entusiasmo dai marinai. Poteva sembrare una finzione cinematografica, una coreografia, ma dai diari delle signore delle balene risulta che queste scene erano assolutamente vere e si ripetevano ogni volta che la nave attraccava nel Sud Pacifico per rifornirsi di acqua e di cibo fresco.

Molte di questi “balenieri in crinolina” avevano dei figli, che spesso portavano con loro o affidavano a parenti e amici, e altrettanto spesso si trovavano ad essere incinte durante la navigazione. Non c’era molta scelta, o partorire a bordo, cosa che poteva succedere, o scendere a terra, e i capitani sbarcavano volentieri le mogli in qualche località dove si trovasse una missione protestante o un consolato americano e dove potevano affidarle alle mani esperte di un’altra donna. Una delle mete preferite era la Nuova Zelanda, dove i capitani lasciavano le mogli anche durante il periodo in cui, in estate, le baleniere risalivano al Nord, nell’oceano Artico, dove la pesca era buona, ma dove i rischi erano enormi. Nel 1871, proprio nell’Artico, si verificò uno dei più grandi disastri della flotta baleniera di New Bedford: 34 navi rimasero bloccate dai ghiacci e circa 1200 persone, tra cui donne e bambini, che in questo caso si trovano a bordo, iniziarono un esodo sulle lance attraverso le acque ghiacciate per raggiungere altre 7 baleniere che si trovavano più a Sud. Arrivarono tutti sani e salvi, ma le 34 navi andarono distrutte e questo fu anche l’inizio del declino della baleneria di New Bedford, che non si riprese più dal disastro.

Un altro grosso problema che assillava le signore sulle baleniere era il mal di mare. Esse lo sopportavano coraggiosamente, perché lo spirito che le spingeva a partire non era spirito di avventura, ma erano spinte dall’affetto e soprattutto da un fortissimo senso del dovere nei confronti dei loro mariti. Inoltre queste donne facevano una vita appartata, erano praticamente relegate tra la cabina del comandante, il salottino e la sala mensa, non socializzavano con l’equipaggio e per sentirsi a loro agio cercavano di ricreare a bordo la vita domestica. Alcune portavano la macchina da cucire, con cui confezionavano tendine per rendere più accogliente la cabina, oppure abiti per i loro bambini e per sé stesse. La vita a bordo non era facile, dovevano combatte con l’umidità e la muffa, e spesso i bauli che facevano parte del loro bagaglio venivano aperti e gli abiti erano stesi sul ponte per prendere aria. Un nemico acerrimo delle spose a bordo era lo steward, la persona che serviva i pasti, l’unico tramite tra la signora e la cucina, e queste dovevano essere battaglie all’ultimo sangue!!! Le signore non avevano quindi molte opportunità di socializzare, succedeva solo quando i capitani le sbarcavano per partorire o per sollevarle dal terribile mal di mare di cui soffrivano, allora incontravano altre signore come loro con cui parlare di cose domestiche e ascoltare gli ultimi pettegolezzi. Ma anche durante la navigazione poteva presentarsi un’occasione mondana e questo avveniva quando due baleniere si incontravano in mare aperto e non era una cosa rara, dato che queste navi battevano le stesse rotte. In questo caso si seguiva un rigido cerimoniale, le due navi compivano le opportune manovre per fermarsi, poi il comandante di una baleniera saliva sull’altra e se l’altro capitano aveva con sé la moglie, lui portava anche la sua e il primo ufficiale della seconda baleniera saliva sulla prima per incontrare l’altro primo ufficiale. In questa occasione le signore indossavano i loro abiti migliori, ed era una grande opportunità di poter incontrare un’altra donna e per avere un vero e proprio incontro sociale, con tanto di tè e magari qualcosa di dolce. Dato che non era facile per una signora, abbigliata con una sottogonna di crinolina, scendere la biscaglina per imbarcarsi sulla lancia, l’unico sistema era quello di calarla dal bordo della nave seduta su una sedia. Una signora definì questa esperienza “terrificante”, ma, dopo l’incontro, ammise che ne era valsa la pena. Questi incontri in alto mare si chiamavano “Gam”, una parola intraducibile che deriva da un’espressione dialettale usata sulla terraferma.

Altri nemici delle mogli dei capitani erano la noia e la nostalgia. Qualcuna rinunciava e tornava a casa, ma erano casi rari, le altre, per ovviare a questo, e quasi tutte all’insaputa una dell’altra e a diverse latitudini, iniziarono a scrivere dei diari a cui affidavano i loro pensieri più intimi, ma dove anche registravano gli avvenimenti salienti della navigazione e delle soste a terra. Questi diari sono dei piccoli gioielli, che hanno tramandato fino a noi questo spaccato di vita che altrimenti sarebbe andato irrimediabilmente perduto. Leggere questi diari è un’esperienza incredibile: vi sono molti errori di ortografia, alcune scrivevano senza alcun tipo di punteggiatura, altre iniziando tutte le parole con una lettera maiuscola, ma bisogna pensare che per una donna dell’800 era già un di più saper scrivere, molte non andavano oltre le prime classi elementari, dato che l’istruzione non era considerata importante per una rappresentante del sesso femminile e che una donna, all’epoca, poteva al massimo diventare maestra elementare. Ma nonostante tutto, queste intrepide precorritrici di un femminismo intriso di puritanesimo e basato sulla lettura costante della Bibbia, riuscivano a essere all’altezza dei loro uomini. Queste donne riuscivano a sopportare stoicamente che i loro mariti cacciassero le balene anche la domenica, il giorno dedicato al riposo e al Signore, assistevano indifferenti alla cottura della carne dei cetacei da cui veniva ricavato l’olio, affrontavano tempeste terrificanti, doppiavano Capo Horn, i temibili “roaring forties”, chiuse nelle loro anguste cabine, tormentate dal mal di mare, ma decise ad andare fino in fondo pur di mantenere il posto che si erano conquistate a bordo.

La loro civetteria femminile però tornava a galla a fine viaggio, non appena sbarcavano. Charlotte Jernegan riferisce nel suo diario come poteva sentirsi una donna dopo quattro anni lontana da casa. Charlotte era salpata nel 1856 e quando tornò nel 1860 indossò il suo vestito più elegante, con la gonna tenuta vaporosamente larga da una vistosa sottogonna a cerchi e aspettava sulla passerella che il marito arrivasse con una carrozza. Non vedeva l’ora, avrebbero attraversato la strada principale di New Bedford e tutti avrebbero potuto ammirarla. Le bastarono poche decine di metri per scoprire con orrore che i suoi abiti erano irrimediabilmente fuori moda. La signora non si perse d’animo, riuscì in qualche modo a sfilarsi l’ingombrante sottogonna e a nasconderla nel retro della carrozza, dopodiché si senti pronta ad affrontare l’intera città. Altre signore rientravano a casa con favore delle tenebre, poi chiamavano a raccolta una sarta con gli ultimi figurini, amiche e parenti a tutte insieme iniziavano a tagliare e cucire finché tutto il guardaroba non era aggiornato.

Ma questa epoca eroica stava per terminare. Verso la fine del 1800 il petrolio e il gas di carbone avevano sostituito l’olio di balena per gli usi domestici e industriali, e anche se la caccia continuava, ormai i velieri erano stati soppiantati dalle più veloci navi a vapore, e i pericolosi inseguimenti sulle lance erano ormai un ricordo, gli arpioni venivano sparati direttamente dai cannoncini che si trovavano sulla nave, rendendo inutile la presenza di tanti uomini a bordo. La grande corsa verso l’Ovest americano aveva fatto nascere città e porti lungo le coste della California, e intorno al 1883 San Francisco, più vicina all’Artico e alla Hawaii, divenne la nuova capitale della baleneria, e New Bedford perse il monopolio in questo campo. Le balene sono state cacciate ancora per molti anni, non più per il prezioso olio, ma per altre componenti del loro corpo, come i fanoni delle balene o l’ambra grigia dei capodogli, e sono arrivate sull’orlo dell’estinzione. Anche le signore delle balene hanno continuato a viaggiare con i loro capitani ancora per molti anni, ma le cose erano profondamente cambiate. Non più anguste cabine e cibo secco, non più anni in mare, ma navi più confortevoli e pulite, e un posto a bordo che era ormai loro di diritto, grazie a quelle coraggiose pioniere che avevano affrontato l’inimmaginabile in nome del dovere, della religione e dell’amore.

Annamaria “Lilla” Mariotti (sito web www.mareblucamogli.com – e-mail lildolphin@libero.it), scrittrice e ricercatrice, vive e lavora a Camogli, dove scrive storie legate al mare, alle sue storie, alle sue leggende. Ha recentemente pubblicato un libro dedicato alle tonnare di Camogli e Carloforte ed è di prossima uscita un volume dedicato ai fari di tutto il mondo. Ha pubblicato articoli e racconti su riviste specializzate e in raccolte antologiche. Tiene conferenze e incontri con le scuole per divulgare la storia della tonnara di Camogli e la storia dei fari dalle origini ai giorni nostri e comunque su argomenti legati al mare. Il suo CdRom “La tonnara di Camogli e la pesca dimenticata nel Golfo Paradiso” ha vinto il secondo premio nella categoria Saggi nel concorso Millenium il 20 Marzo 2005.

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