A vela nel Finistère

Esperienze di bordo n. 561: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

A VELA NEL FINISTÈRE

Testo di Marino Coltro
Pubblicato su Nautica 561 di Gennaio 2009

Qui termina il mondo antico; ecco la sua punta più avanzata, “il suo estremo limite”. Alle vostre spalle c’è tutta l’Europa e tutta l’Asia; di fronte a voi, c’è il mare, il mare sconfinato.
(Gustave Flaubert, “Attraverso i campi e lungo i greti”)

Racconto e impressioni di viaggio di una crociera d’inizio estate in Bretagna.

Le isole del Finistère, letteralmente fine del mondo, sono l’ultimo approdo della Bretagna, nel punto d’incontro dell’Atlantico con la Manica.

Le icone della Bretagna suddividono idealmente anche la geografia della regione. La parte centrale è l’Argoat, la “terra dei boschi”, con le sue suggestive foreste, culla dei cavalieri delle leggende. La parte settentrionale della costa fino a St-Malo ha i maggiori dislivelli di marea d’Europa, secondi nel mondo solo alle coste del Canada. Essa fornisce i frutti del mare che brulicano nelle zone lasciate a secco dalla marea due volte al giorno.La regione del Finistère, infine, è appunto la fine della Terra, regione di confine tra continente e oceano, con le sue coste battute dai venti e dalle onde, e i suoi fari, occhi artificiali nell’oceano.

La popolazione della regione è di 2,8 milioni di persone e le principali attività sono la pesca, l’agricoltura (forniscono alla Francia le verdure più pregiate) e il turismo; 3 milioni di persone all’anno, la seconda regione della Francia per numero di turisti, dopo la Costa Azzurra.

Un popolo fiero delle proprie tradizioni e origini, a tal punto da prendere costantemente le distanze dal resto della Francia. Essi sono più vicini ai “fratelli” Galiziani, Irlandesi, Scozzesi e Gallesi; tutti popoli di origine celtica.

I Celti, prima vera civiltà della Bretagna, provengono dalle regioni situate tra il Reno e il Danubio. Come un’onda umana essi hanno, nel 500 a.C., oltrepassato la Renania e l’est della Francia, occupandole, per poi proseguire verso ovest e verso gli Iberi, una razza fiera e bellicosa che non si piega alla sottomissione celtica. I due popoli, invece che farsi la guerra, si fondono. I Galli assimilano la civiltà più avanzata degli Iberi e questi ultimi adottano la lingua degli invasori. Il risultato è una solida nazione che i Romani faticheranno a piegare.

Dopo la dominazione romana, dal 56 d.C. fino al V secolo, l’indipendenza dei Bretoni dura, a fasi alterne, fino al XV secolo, quando la duchessa Anna è costretta a sposare Carlo VIII di Francia. Anna di Bretagna è considerata un’eroina; a lei sono dedicati luoghi e celebrazioni.

La rivoluzione francese è ben accolta dai Bretoni, ma essi saranno sottoposti a una repressione culturale e linguistica da parte dell’amministrazione repubblicana, che durerà fino al 1900.

29 maggio 2005. Il TGV procede come una biscia tra le colline dei boschi delle leggende e finalmente scorgiamo, dopo la cittadina di Landernau, l’estuario dell’Elorn, che sfocia nella rada di Brest.

La città è diventata, nel porto naturale in cui sorge, un importante centro militare marittimo fin dal XVII secolo, quando per volontà del ministro Colbert e del cardinale Richelieu, Brest divenne la più importante base della Marina militare francese. Oltre all’Oceanopolis, centro di ricerca marina aperto al pubblico, si possono ammirare gli altri simboli della città, come il rimorchiatore d’altura Abeille Flandre di guardia nel canale d’Ouessant, o la replica della goletta da caccia La Recouvrance, che imbarca per navigazioni in rada.

Il rimorchiatore d’alto mare Abeille Flandre è lungo 64 metri, largo 14 e pesca circa 7 metri. È ormeggiato sul molo di fronte a dove si prendono i battelli per l’isola di Ouessant e l’equipaggio è in assetto di partenza permanente.

Dal 1979 al 2000 la sua opera ha evitato lo sversamento in mare di oltre un milione di tonnellate di greggio; 195 navi sono state salvate in condizioni meteomarine estreme.

In taxi percorriamo i pochi chilometri che separano la gare de Brest in centro dal port de Moulin Blanc, il marina situato all’inizio della baia.

L’armatore, Eric Vertes, che incarna appieno le caratteristiche dei Bretoni, ci consegna la barca che abbiamo noleggiato: l’Arquebuse, un Armagnac in legno costruito nel 1975. Per due persone è comodissima: una bella cabina doppia a prua, un grande carteggio e comoda dinette con cucina, wc e uno spazio inimmaginabile per stivare il necessario e anche di più.

Cena a base di cozze in salsa e patatine fritte (unico piatto del menù) al bar Le tour du monde al porto, ritrovo di regatanti della zona. Marinai come Eric Tabarly, uomini e donne votati al mare che hanno scritto e scrivono la storia della vela.

Salpiamo la mattina successiva, bolinando usciamo dalla rada e dopo tre ore e mezzo attracchiamo in transito al pontile galleggiante di Camaret sur Mer, all’estremità della penisola Cruzon.

Camaret era il paese delle barche per la pesca delle aragoste. I pescatori locali non si accontentavano delle loro rive, si spingevano fino alle isole Scilly, fino in Marocco.

L’abitato si estende lungo la riva, le casette color pastello e numerosi negozi, ma soprattutto ristoranti pub e caffè contornano la parte vecchia. Verso Est e verso Sud, salendo le colline, le casette bianche con il tetto spiovente ricoperto di pietre, caratteristico di tutte le case bretoni.

Il giro in bici della penisola ci porta alla scogliera che si eleva su Pointe de Toulinguet, la cui notevole vista sulla spiaggia sotto di noi e sulla costa a picco poco più in là è il panorama che mi rimarrà impresso più di tutti. L’altopiano è ricchissimo di flora; percorrendo i sentieri in mezzo ai cespugli che ci graffiano le gambe arriviamo al memoriale della battaglia atlantica, eretto sopra un baratro che precipita nel mare, poi dirigiamo sulla punta Peh-ir, fino all’Anse di Dinan, la cui lunga spiaggia si perde alla nostra vista. Verso sera rientriamo in paese.

Quando avevamo ormeggiato, alle 16.15, una splendida goletta in alluminio (sembra proprio la Seamaster del grande Peter Blake) era appoggiata al fondo del porto, con il ponte tre metri sotto il livello della strada. Ora essa galleggia e l’equipaggio sale a bordo senza più bisogno della scala.

Martedì effettuiamo la prima navigazione impegnativa: restituite le biciclette, acquistiamo i gettoni per fare una doccia e salpiamo.

La traversata comincia con cielo molto coperto e l’onda lunga ma confusa dell’oceano, vento da Ovest. Dopo circa due ore l’equipaggio si è dimezzato, visto che Raffaella è sotto coperta abbracciata a un secchio. Il vento continua a tenere e filiamo a tutta tela a sei nodi mentre a dritta scorrono i segnali cardinali sud delle secche poste davanti a Pointe de San Mathieu: Basse Royale, Carlo Martello e le famigerate Pierre Noires con il faro che in un primo momento scambio per un grande spinnaker, visto che è bianco e rosso, alto una ventina di metri e che sono parecchio miope. L’alto faro è testimone d’innumerevoli tragedie del mare.

Il giorno dopo, durante la visita del Musee des Phares et Balises allestito nella sala macchine del Phare de Crèac’h, respirerò le toccanti testimonianze che parlano di fari e naufragi, di naufraghi e dei loro soccorritori; la grande carta appesa indica il punto preciso della scomparsa di centinaia di battelli di tutte le nazionalità, nell’area comprendente le secche Pierre Noires, l’arcipelago di Molene, il passage de Fromveur e l’ile d’Ouessant. Particolarmente toccante è il ricordo della perdita del vapore britannico Drummond-Castle, il 15 giugno 1896. La nave passeggeri lunga 111 metri era salpata da Città del Capo per l’Inghilterra. Su 243 passeggeri ne sono sopravvissuti solo due.

Mentre sono alla barra non sono infastidito dalla pioggerellina che cade leggera leggera, piuttosto mi preoccupa il fatto che il faro della Jument su cui sto puntando, sparisce. Pian piano si nascondono le isole dell’arcipelago e il grande faro Pierre Noires, che ho doppiato da poco.

Alle 17 e 30 ci troviamo a sud del Passage de Fromveur e posso vedere il fiume che scorre nel mare, quando la corrente di marea verso SW inizia a diminuire d’intensità.

Le correnti sono ben descritte nel portolano, riferite all’ora di alta o bassa marea di alcune località costiere, in questo caso Brest. A proposito di Fromveur (in lingua bretone, grande torrente), le instruction nautiques avvertono: “il passaggio che si estende tra Ouessant e il faro di Kéréon è particolarmente delicato e in cui bisogna usare la massima prudenza. In effetti nel passaggio, largo 1,3 miglia, le correnti di marea sono particolarmente violente (da 8 a 9 nodi tra Men Darland e Kéréon) e il mare quando opposto al vento diventa molto grosso e spesso impraticabile per piccole imbarcazioni”. Una delle correnti più veloci del mondo.

Man mano che il vento diminuisce mi rendo conto che, ciò che credevo una pioggerellina è in realtà bruma, molto frequente in queste zone; la visibilità è ora molto ridotta, continuo a cercare il famoso faro de La Jument posizionato all’estremità sud d’Ouessant ma alle 18 la visibilità è ridotta a meno di 50 metri. Percorriamo le ultime cinque miglia a motore, tra i nautofoni della Jument e Crèac’h. Dobbiamo entrare nella baia di Lampaul per ancorare. Non vediamo la terra ma sentiamo i frangenti: scoglio dopo scoglio passiamo a sud dell’isolotto Yourc’h Korz e alle 8 di sera attacchiamo a uno dei gavitelli bianchi situati in fondo alla cala, due barche a vela bretoni e un peschereccio ci fanno compagnia.

Il giorno dopo passeggiamo per l’isola da ovest a est, con le bici prese a nolo.

Nell’isola d’Ouessant l’atmosfera è di confine: questa roccia non più lunga di 7 chilometri è appoggiata nell’Atlantico all’estremità occidentale dell’Europa.

La stazione della lancia di salvataggio, i suoi quattro potenti fari, il museo dei fari e battelli fanale, la stazione di controllo del traffico. Tutto, su quest’isola di mille abitanti è rivolto al mare come una missione, quella di coloro che sono custodi esperti di questo pericoloso paradiso che si tuffa nell’oceano.

E dal mare arrivano anche i turisti, in barca a vela o con le navi di linea che due volte al giorno (tempo permettendo) collegano le isole con Brest e Le Conquet.

L’isola ha due strade che la percorrono a nord e a sud, due laghetti, poche auto, molte bici e dei negozi che vendono abbigliamento bretone a buoni prezzi.

Una birra in uno dei locali del borgo: il pub Ty Corn, il cui proprietario si è trasferito dall’alpina Chambéry; negli scaffali attorno ai tavoli ci sono numerose riviste bretoni, almanacchi nautici e un bel libro d’uccelli che ci rivela i nomi di molte specie viste sull’isola. Ouessant è un regno di uccelli migratori.

Salpiamo appena aumenta la visibilità, solo alle 13.20. La bruma è ridiscesa fitta – anche se non come durante la traversata – da ieri pomeriggio e ci ha tolto la voglia di mollare la cima dal gavitello. Così trascorriamo qui a Lampaul la seconda notte consecutiva, tra due pescherecci che salperanno durante la notte.

Il tragitto fino a Molene è breve ma i miei timori sono rivolti al grande torrente che dobbiamo affrontare. Doppiamo a poche decine di metri a sud La Jument: il faro, la cui foto ha fatto il giro del mondo. Sono le 14.45, ora dell’alta marea a Brest; molti scogli della parte sud-occidentale di Ouessant sono ora immersi. Procediamo a tutta potenza, a vela e motore; non posso rischiare di trovarmi nello stretto al momento della corrente di marea più veloce del mondo. Doppiamo il Kéréon un’ora dopo l’alta marea, con un nodo di corrente contraria; poi, tenendoci discosti da secche e scogli che orlano l’isola Balanec, dirigiamo sul faro Le Trois Pierres che indica anche il canale nord per l’accesso all’Ile Molene.

Il faro Kéréon è noto come l’ultimo faro automatizzato in Bretagna, un faro di lusso: mosaici e legni intarsiati.

Ogni faro ha una sua storia in Bretagna; in particolare nel Finistère essi sono un’istituzione e sono rappresentati ovunque: modellini, tovagliette e musei, tanto per fare degli esempi. Da parte mia credo che non scorderò mai queste torri poste in terra (17) e in mare (13) e capisco quanto possa amarle chi, come i Bretoni, è cresciuto sotto la loro ombra.

Molene è un’isoletta sovrappopolata di lepri, ma ne è davvero invaso l’isolotto Ledenez, raggiungibile a piedi con la bassa marea. Noi ci andiamo col tender e ci troviamo di fronte a un’isola completamente in mano a questi animali che hanno scavato chilometri di tunnel. L’arcipelago di Molene, inserito nella Riserva della Biosfera dell’UNESCO nel 1988, ospita anche una colonia di foche monache, che però non abbiamo visto durante la nostra ispezione. Le case dell’abitato, chiamato Le Borg, assomigliano a quelle degli altri paesi bretoni. Ci sono in tutto tre automobili, un’edicola, il supermarchè, un piccolo hotel, un caffè e due ristoranti, e migliaia di lepri: indimenticabile!

Trascorriamo la notte alla fonda in un gavitello del porticciolo di Molene.

Le boe da ormeggio per il transito sono sotto la responsabilità di un addetto che deve rispondere al Comune della loro manutenzione e riscossione della tassa portuale. Questa si paga in luglio e agosto e costa circa 1/3 rispetto ai costi da rapina che si pagano in Adriatico (italiano e croato), per non parlare dei prezzi nei porti dell’Italia occidentale.

Il barometro scende da ieri e infatti all’ora di pranzo si alza vento teso da ovest, 30 nodi e pioggia intermittente. Tornando verso il gommone, dopo aver fatto rifornimenti a terra, vediamo passare tra le mede d’ingresso un 35′ con tutta tela, sbandatissimo, seguito a breve distanza da un catamarano con la randa ammainata e assicurata alla meglio sul boma: entrambi prendono un gavitello a ridosso dal vento.

Più tardi, mentre salpiamo, il suono di una cornamusa ci colpisce e ci accorgiamo che proviene dal pozzetto del 35 piedi: un membro dell’equipaggio sta dilettando la baia con questo strumento celtico.

Lasciamo la splendida Molene verso le 19 per ritornare in terraferma.

Terraferma si fa per dire, visto che è difficile capire dove finisce la terra e inizia l’oceano, in questa zona dai contorni incerti. Centinaia di isolotti e scogli che appaiono e poi si nascondono con le maree, un continuo tira e molla tra gli elementi.

In ogni caso lasciamo le splendide isole poste alla “fine del mondo”.

All’inizio navighiamo al traverso, con una mano alla randa e genoa rollato al 2 su onda confusa con 15-20 nodi da W, poi in poppa con il solo genoa. Entriamo a vela con la bassa marea sulla foce dell’Ildut, un ambiente completamente influenzato dai movimenti del mare. Un ristorante, due empori che vendono un pò di tutto, una birreria, una panetteria, una strada e un aber con un porto: questa è Lanildut, la cittadina al cui pontile galleggiante di servizio ormeggiamo al tramonto.

Uscire per tirare due bordi in Bretagna è completamente differente dalle uscite giornaliere nel Mediterraneo: appena metti il naso fuori dalla bocca di porto sei in pieno oceano.

Sabato siamo usciti. Sole splendido e venti nodi da ponente e poco alla volta siamo catturati dal respiro dell’pceano.

Le lunghe onde impiegano almeno 20 secondi a passare sotto la chiglia della barca che avanza a oltre 7 nodi, e vanno a frangere sulle rocce che orlano le coste; il loro colore passa attraverso il plumbeo dell’oceano, blu, azzurro, verde e bianco, con la schiuma che si alza nello scontro con la terra.

All’altezza del faro Le Four bordiamo e puntiamo a sud, mure a dritta. L’entrata all’Aber Ildut è irriconoscibile per via dell’alta marea che ha nascosto numerosi isolotti e scogli che ieri erano emersi; il fanale rosso ieri era piantato, si vedeva la base. Oggi è in mezzo al canale, a sei metri dalla riva.

Prima di sera ci concediamo una deliziosa crepe dolce accompagnata da una bottiglia di sidro.

L’ultimo giorno, quello del rientro a Brest, mi ha ricordato dove mi trovo. Ho controllato le maree e relative correnti prima della partenza, ma in modo un pò approssimativo.

La marea crescente provoca la corrente da sud verso nord lungo la costa, dalla punta di St-Mathieu a tutto l’arcipelago, ed entra nella Manica; sotto alla punta, a sud, dirige dentro la rada di Brest. Valuto che la corrente aumenti verso il largo. In effetti è così: sicuramente nel Passage de Fromveur alle 13 ci saranno almeno 7 nodi, quando noi navighiamo, si fa per dire, a tutto motore e vela con vento teso di bolina larga, davanti a Conquet e sembra di essere in salita. L’inclinazione delle mede galleggianti ancorate con catena dà l’impressione che possano strapparsi da un momento all’altro, e il basamento del faro Grande Vinotiere sembra un pilone del ponte sul Po di Pontelagoscuro, in una giornata di piena.

La corrente contraria aumenta sempre di più, il log segna una velocità sull’acqua di 6,5 nodi, mentre il GPS passa da 3 a 1,9 nodi. Il culmine all’altezza di Conquet, quando siamo praticamente fermi in mezzo al torrente e ai suoi vortici.

Abbiamo coperto la distanza di circa 7 miglia, dall’Aber Ildut alla pointe de St-Mathieu, in circa quattro ore di navigazione sotto la pioggia.

In compenso un vento gagliardo al giardinetto e la corrente a favore ci hanno sospinti dentro la rada di Brest a una velocità di 7,5 nodi tra decine di barche che rientrano al porto turistico.

Qui eseguiamo il check-out insieme con l’armatore, a cui consegnamo una barca in perfetto ordine. La mattina seguente ripartiamo in treno per Parigi.

Per vivere quest’esperienza abbiamo speso circa 600 euro a testa, per viaggio e noleggio della barca.

I mezzi di trasporto scelti sono l’aereo fino a Parigi (da Venezia) e il treno da questa a Brest. Con la combinazione degli orari e la disponibilità dell’armatore abbiamo dormito due notti in più a bordo, visto che la barca non era prenotata.

Il clima in Bretagna è molto umido, ma non freddo. Tuttavia si possono lasciare a casa i pantaloni corti. L’abbigliamento adatto è la felpa di cotone con un giubbetto impermeabile. La navigazione è senz’altro impegnativa, anche se in questo periodo le burrasche hanno una frequenza di tre o quattro giorni al mese (contro i 15 dei mesi invernali). I venti dominanti sono del III e IV quadrante; per quanto riguarda gli almanacchi con le maree e le correnti, in qualsiasi edicola della costa si può acquistare, per circa 17 euro, la pubblicazione aggiornata. A bordo delle barche a nolo i portolani sono in lingua francese e, nella nostra non c’erano le coperte per la notte.

I bretoni sono gentilissimi e capiscono al volo le esigenze dei navigatori, oltre che avere le attrezzature e le capacità per risolvere eventuali avarie o problemi. Non abbiamo mai avuto difficoltà a trovare ormeggio in banchina o al gavitello, nei porti da noi toccati.

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