In crociera con Antonio

Esperienze di bordo n. 607, novembre 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

IN CROCIERA CON ANTONIO

Testo di Vincenzo Aita
Pubblicato su Nautica 607 di Novembre 2012

È buio pesto, la pioggia cade fitta e regolare sul cappuccio della cerata e sul mio viso, penetrandomi negli occhi inutilmente spalancati, nella speranza di riuscire a vedere qualcosa oltre la prua della barca. Del mare, intorno a me, intravedo solo qualche metro, in corrispondenza delle luci di posizione dell’imbarcazione: è piatto e nero, picchiettato dalla pioggia battente.
La piccola barca, un “Minaldo” di circa otto metri, procede dritta sulla sua rotta, attentamente sorvegliata da Giuseppe, il mio fedele Autohelm. Io sono seduto all’entrata della cabina, con le gambe al coperto ed il busto e la testa fuori. Alla mia destra una pila e le cartine plastificate Nauticard; appesa al collo, la bussoletta da rilevamento, che consulto in continuazione e che mi dà sempre la stessa risposta.

Ho fatto l’ultimo punto ad Ischia all’altezza di Punta Imperatore, e di là ho calcolato la rotta per Pineta Mare, il nostro porto di destinazione. Purtroppo partenza e destinazione non sono sulla stessa carta, ed ho dovuto quindi tracciare la rotta su due carte affiancate, con grave rischio di errore.
Dall’interno Antonio – croce e delizia! – mi chiama ogni dieci minuti per chiedermi se vedo niente, e per dirmi che secondo lui stiamo andando a Formia, che ormai dovremmo essere già arrivati, e che devo assolutamente accostare a destra. Io regolarmente lo rassicuro e poi, di nascosto, mi vado a ricalcolare la rotta, cercando di far combaciare le due carte nel modo giusto, ed ottenendo sempre lo stesso responso.

Ormai è da parecchio che non vedo più il faro di Punta Imperatore: devo solo aver fede. D’altra parte so che stiamo tenendo una velocità più bassa dell’abituale in quanto abbiamo il motore in condizioni precarie: riparato alla meglio, dopo un guasto, da un amico con qualche infarinatura di meccanica, e regolato su un numero di giri più basso del normale a scanso di sorprese. A bordo non abbiamo un log, e non ho nessuna voglia di mettermi a fare il giochino del galleggiante buttato a mare da prua per vedere quanto ci mette ad arrivare a poppa…
Non posso assolutamente mostrare ad Antonio il minimo dubbio altrimenti, col suo carattere, prende il comando e chissà dove mi porta… Ma sarà bene che vi dica qualcosa di Antonio: Sei anni più di me all’anagrafe e vent’anni di meno nello spirito. Temperamento generoso, sempre disponibile per chiunque ne abbia bisogno. Una carretta di figli, unico a lavorare in famiglia, sempre senza soldi e sempre pronto a spenderne. Mai stato su una barca a vela e pronto ad affrontare il giro del mondo senza scalo.
È importante, quando si parla con lui, pesare bene le parole; se qualcuno di cui si fida dovesse dirgli: “proviamo ad attraversare lo stretto di Messina in equilibrio sui fili dell’alta tensione” risponderebbe: “andiamoci subito!”.
Io commisi l’errore di dirgli che potevo disporre di questa barchetta, ed il risultato ineluttabile fu di ritrovarmi in crociera con Antonio e tre dei suoi figli, al comando di un equipaggio pieno di entusiasmo e di buona volontà e che vedeva una barca a vela per la prima volta!
Un equipaggio che si fidava ciecamente del suo comandante: Quasi cinquant’anni, un corso di vela alla Lega Navale fatto vent’anni prima, un paio di estati a giocare con un flying junior, tre o quattro uscitine con il Minaldo di cui sopra, e trent’anni di crociere sognate sulle pagine di Nautica.
La barca continua ad avanzare nel buio, la pioggia penetra sotto la cerata per vie che non riesco ad individuare. Giuro a me stesso che non mi farò più trascinare in queste situazioni di m… Ripenso a tutti i contrattempi e disagi incontrati e riconfermo solennemente il giuramento.

La partenza: Ci eravamo dati appuntamento in barca nel tardo pomeriggio, perchè avevo letto che sarebbe stato bene per l’equipaggio familiarizzare un pò con l’ambiente, passare la prima notte all’ormeggio, e partire il giorno successivo di buon mattino.
All’imbrunire eravamo quasi sistemati e ci preparavamo per la nostra prima cena in pozzetto. Ad un tratto calò una nebbia così fitta che non riuscivamo più a vederci gli uni con gli altri… no, non era nebbia, era una nuvola di zanzare.
Non avevo mai visto una cosa simile: ti penetravano dappertutto, negli occhi, nel naso, nelle orecchie, se ti azzardavi a dire qualcosa te ne trovavi la bocca piena…
Senza che nessuno avesse parlato, si vide quell’equipaggio improvvisato di novellini eseguire la manovra di disormeggio e partenza più veloce nella storia della navigazione.
Una volta fuori dal porto ci accingemmo a fare l’inventario dei danni, ero sicuro che avremmo passato il resto dell’estate immersi nel Fargan a grattarci vigorosamente; figuratevi il mio stupore quando scoprii che nessuno di noi aveva ricevuto una sola puntura!
Naturalmente, visto che ormai eravamo in ballo, alzammo le vele e facemmo rotta per Ischia. Soffiava un gagliardo maestrale e la barca filava che era una meraviglia. Antonio si era impossessato della barra del timone e, dal suo atteggiamento deciso, avevo capito che sarebbe stato inutile qualsiasi tentativo di spodestarlo. Me ne stetti quindi seduto accanto a lui, pronto ad intervenire, in caso di necessità, sulla scotta della randa.

Avrei gradito che il resto dell’equipaggio si fosse piazzato sopravvento per ottenere una migliore stabilità, ma non era possibile: erano sempre tutti sottovento occupati a rimettere anche l’anima.
Giunti nel porto di Forio d’Ischia in piena notte, eravamo distrutti, la barca ormeggiata al molo degli aliscafi, noi seduti sul molo, con le gambe penzoloni, a smaltire il mal di mare (anch’io sentivo un certo fastidio allo stomaco), unico assente Antonio, che, resistente come una roccia, era rimasto nella piccola cabina ad armeggiare col fornello.
Ad un certo punto ne emerse con dei piatti fumanti di pasta e fagioli, che mangiammo lì dove eravamo, seduti sul molo, e che ebbero il potere di riconciliarci con la vita.

Il mattino dopo sarei molto volentieri tornato alle comodità di casa mia, ma Antonio, sempre arzillo e pimpante, era pronto a ripartire e mi fece vergognare come un ladro dei miei pensieri disfattisti.
In serata eravamo ad Amalfi, ed il giorno successivo attraversammo il Golfo di Salerno, fermandoci, nel primo pomeriggio, per un bagno a Punta Licosa. C’erano scogli sommersi dappertutto, ma il mare era liscio come l’olio e trasparente. Antonio, dritto sulla prua, mi indicava, volta per volta, la direzione da prendere, per cui riuscimmo a fare il bagno e ad allontanarci senza danni.
Ormai fuori dalle secche, mettemmo il motore al massimo ed inserimmo il pilota automatico, Antonio assunse la sua posizione abituale, in piedi al centro del pozzetto (dove, sotto vela, collezionava bomate in testa) e noi ci stendemmo tutti a prendere il sole.
Ad un tratto si sentì un colpo secco, la barca si immobilizzò, ed io, dopo un primo istante di smarrimento, mi precipitai a spegnere il motore, che continuava ad andare a tutta forza, senza farci avanzare di un centimetro. Antonio, che fino ad un istante prima era lì, torreggiante al centro del pozzetto, non c’era più!

Mentre lo cercavamo in mare e, non vedendolo, pensavamo già al peggio, venne fuori dalla cabina tutto ammaccato, spiegandoci che, al momento della collisione con lo scoglio era stato proiettato dal pozzetto giù in cabina.
Sorrido sotto la pioggia, nel ricordare questo particolare, ma non sorrido pensando alla successiva sosta forzata ad Acciaroli per riparare la barca che faceva acqua.
E poi ripenso a quando, al largo di Palinuro, il motore si è fermato e, dall’alto della mia esperienza, ho promesso all’equipaggio che avremmo raggiunto il porto a vela, nonostante ci fosse appena un alito di vento, ed i ragazzi hanno issato la vecchia randa con tanto entusiasmo, e l’hanno tesa con tanto vigore da staccare completamente la bugna di drizza facendo tornare giù miseramente una vela ormai inservibile.
Intanto un rivoletto gelido mi scorre lungo la schiena; ho freddo e sono stanco, desidero la mia poltrona davanti al televisore: “Ma chi c… me l’ha fatto fare! mai più ripeterò una simile sciocchezza! Piuttosto mi faccio tagliare…”. Ma mentre confermo ancora una volta questa importante ed irrevocabile decisione l’ho già dimenticata: Dalla nebbia dell’alba, vicinissime, dritte davanti alla prua, sono spuntate improvvisamente, come per incanto, le alte costruzioni di Pineta Mare!

“Uomo di poca fede!” grido con il cuore gonfio di giusto orgoglio “Ti ho portato a casa! E la prossima volta abbi più fiducia nel tuo comandante!”.
Ve l’ho detto che è un tipo strano! Indovinate che cosa ha risposto? “Non ne ho mai dubitato!”.

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