Nuotando con le tartarughe

Sipadan: una piccola isola sulla costa orientale dello stato di Sabah, poco al largo di Semporna. Il mare è ricco di plancton e percorso da tartarughe e immensi branchi di pesci.

L’atmosfera è piuttosto tetra a trenta metri di profondità. L’acqua è verde, pesante, ricca di plancton. Una sfilata di minuscole navi spaziali, creature bizzarre e sconosciute, dalle forme più improbabili, sembrano orbitare attorno all’isola, trascinate da correnti instancabili, sospese su di un abisso insondabile. La parete corallina strapiomba sotto di noi e ci opprime con la sua mole quando rivolgiamo lo sguardo verso l’alto.

Le antiche madrepore, ammassate le une sulle altre, sono squarciate da grotte profonde, a volte incise in canyon spettacolari, articolate in guglie e torri che sfiorano la superficie, distaccandosi di poco dal massiccio corpo centrale: questa incredibile, gigantesca colonna di corallo che si slancia verso la superficie dagli abissi del mare del Borneo. Vista dal basso l’isola di Sipadan ci appare così, un’imponente montagna sottomarina, con le cime vaghe e indistinte nel cielo verde dell’acqua attraversata dalle opache nuvole del plancton, che rendono i contorni evanescenti ed indefiniti. Ad un tratto un enorme scoglio sembra muoversi. Dapprima lentamente, poi sempre più veloce, la sagoma nera e tondeggiante fila via attraversando una zona pianeggiante. Diminuiamo la distanza, pinneggiando concitatamente verso quella che sembrava un’illusione e che ora è diventata una realtà, benché comunque indecifrabile attraverso l’acqua torbida.

In poco tempo ci siamo: ci tuffiamo in un muro vivente, in una massa gigantesca di carangidi argentati che si aprono al nostro passaggio come le scintille di un fuoco d’artificio in un cielo d’estate. Oltre i pesci, altri pesci, serrati tra loro, a migliaia, migliaia di occhi neri, rotondi ed inespressivi, di musi massicci e arcuati, come altrettanti parafanghi di un’auto anni Venti. Altrettanto lucenti, metallici, così argentei da sembrare d’acciaio lucido e cromato. In pochi attimi siamo circondati, chiusi all’interno di una sfera vivente, illuminata all’interno dai raggi del sole che attraversano la fessura aperta tra i pesci dalle bolle di scarico che salgono. Al movimento dei pesci i corpi di metallo riflettono lampi di luce che percorrono il branco come un’onda guidata dall’incredibile sincronismo degli animali. Danziamo nel branco, lo attraversiamo nuotando, ci lasciamo circondare, seppellire quando, mentre nuotiamo sul fondo corallino, questa enorme massa vivente ci sovrasta, senza lasciare alcuno spiraglio ai raggi diretti del sole. Un tetto compatto, i ventri oscuri dei pesci isolano i coralli del fondo dal resto del mare. Ci piace perderci nei meandri di questo ambiente incredibile, tra un castello di animali viventi eppure pietrificati, ed un soffitto di pesci. E’ bizzarro guardare avanti a noi e scoprire, stanza dopo stanza, questo edificio effimero e dalle dimensioni variabili, è unica questa esperienza per noi subacquei, mai abituati ad un contatto così prolungato, così ravvicinato, così intenso, con una massa gigantesca di animali.

Nuovo, inimmaginabile per noi, normale amministrazione per un altro abitante degli incredibili fondali di Sipadan: una gigantesca tartaruga sta brucando tra i coralli, col becco stacca le alghe che ricoprono i rami morti. E se ne ciba. Ci fermiamo ad osservarla, mentre solleva frammenti corallini, li rivolta per un po’ nella bocca e li lascia cadere per raccoglierne altri, assolutamente incurante della massa di carangidi che in questo momento sta oscurando il suo cielo liquido. L’abbondanza di tartarughe è un’altra delle stupefacenti caratteristiche dei magici fondali di questo minuscolo paradiso sommerso nel mare del Borneo. Mai in nessun altro posto ci è stato possibile incontrare così tante tartarughe: a volte anche cinque, sei insieme nel corso della stessa immersione, creature dalle dimensioni spesso gigantesche, nascoste nelle nicchie aperte nelle spettacolari pareti di corallo, o libere nelle acque dell’isola, attraversando a nuoto i fitti branchi di pesce.

Le tartarughe, animali bizzarri, rettili antichi, adattati alla vita negli abissi marini e sulla terraferma, alla quale sono ancora profondamente legati per la respirazione e l’importante fase della deposizione delle uova. Una storia romantica ed avvincente quella della riproduzione delle tartarughe, che si danno convegno nelle acque di questa ed altre isole per il rito dell’accoppiamento. Ogni femmina si concede a più maschi, per mettersi al riparo dal rischio di incontrare un compagno non fecondo. Le coppie si trovano avvinghiate sulla superficie del mare, il maschio tenacemente aggrappato al dorso della femmina. Poi i partner si separano e, probabilmente, non si incontreranno mai più. Dopo alcune settimane, col favore dell’alta marea notturna, mamma tartaruga arranca sulla spiaggia per deporre le uova in una buca faticosamente scavata nella sabbia. E’ per questo che è vietato camminare di notte sulla spiaggia che borda l’isola di Sipadan, ad eccezione della piccola parte occupata dalle poche capanne dei villaggi turistici. Le tartarughe potrebbero spaventarsi e tornare in mare rinunciando alla deposizione. Attenzione, dunque, mentre cammineremo sulla spiaggia di notte, anche quella di fronte al resort, visto che può anche capitare che una grande tartaruga venga a deporre proprio sotto il pavimento della nostra capanna, costringendoci per questo ad alcune ore al buio e al silenzio. Eh sì, alle tartarughe a Sipadan tutto è permesso, non ci sono divieti per loro. Dopo poche settimane dalla deposizione le uova si schiudono e i tartarughini si aprono la strada attraverso la sabbia e corrono disperatamente sulla spiaggia verso il mare, guidati da un inestinguibile istinto. Pochi sopravviveranno agli attacchi di uccelli, topi, pesci… E di loro si perderanno le tracce. Probabilmente si perdono in pieno oceano, visto che è raro incontrare sott’acqua tartarughe con un diametro minore di trenta centimetri.

Passano così i primi cinquant’anni della loro esistenza, fin quando, guidati da misteriosi sensi, fanno ritorno nelle acque che circondano la spiaggia natale per accoppiarsi per la prima volta.

E le acque di Sipadan a volte sono fatali alle proprie figlie: ci immergiamo proprio di fronte al resort. Qui, dopo pochi metri di sabbia, il fondo del mare cade a picco per arrestarsi solo alcune centinaia di metri più in basso. Un baratro impressionante.

Arrivati sul ciglio ci lasciamo andare, e cadiamo giù lungo la parete, sempre più veloci, man mano che la pressione schiaccia l’aria contenuta nella nostra muta. Superiamo ampie spelonche, giganteschi alberi di corallo nero, colorati alcionari. Gonfiamo il giubbotto per arrestarci, per allontanarci dal nero dell’abisso che ci attira, che vorrebbe inghiottirci. Ora la parete è al nostro fianco e pinneggiamo mantenendo la quota costante. Ad un tratto nella roccia di corallo si apre l’ampio ingresso di una grotta. Accendiamo le torce e ci addentriamo all’interno seguendo il fondo sabbioso che si arrampica verso quote minori. In breve l’ingresso è solo un pallido chiarore ed il fondo è coperto di limo sottilissimo. Il fascio luminoso della torcia scopre un angusto tunnel roccioso sulla nostra sinistra. In fila indiana ci spingiamo al suo interno, perdendo così l’ultimo, tenue contatto con la luce del giorno. E ci troviamo in una sala immensa, che i nostri potentissimi fari non riescono a svelarci nella sua interezza. La roccia calcarea scolpita di stalattiti e stalagmiti affonda in un mare di fango bianchissimo e sottile che ne impolvera le parti più basse. Ampi canali incidono le rocce. Il fango del fondo sembra un fiume pietrificato nel suo letto. La nostra esplorazione prosegue nell’ansia di non trovare più la via del ritorno, quando il raggio della torcia scopre qualcosa di bianco sul fondo. Ci avviciniamo con attenzione per non sollevare una nube candida: lo scheletro di una tartaruga! Intero, appoggiato sul fango, con il teschio ancora perfettamente riconoscibile ed al suo posto, proprio davanti al carapace. Poco lontano ne scopriamo un altro, ed un altro ancora… Ne troviamo casualmente sparsi sul fondo, oppure accuratamente appoggiati all’interno di una nicchia rocciosa, e raccontano chiaramente la loro storia: forse di notte, forse da qualche apertura secondaria a noi sconosciuta, le tartarughe sono penetrate all’interno dell’ampia sala secondaria, perdendo in breve il contatto visivo con l’uscita. A nulla sono valsi in questo caso i prodigiosi sensi, l’incredibile olfatto che consente loro di riconoscere l’odore di casa a miglia e miglia di distanza, e neppure l’incredibile capacità che hanno dimostrato di poter seguire catene montuose profonde migliaia di metri per orientarsi nell’immensità degli oceani. Dopo qualche tempo il bisogno d’aria si è fatto sempre più pressante, un forte torpore si è impadronito del corpo di queste tartarughe che sono morte qui dentro, all’interno di questa piccola, magnifica isola, dalla quale erano state generate, cinquanta o sessanta anni prima.

Già da lontano la finestra azzurra dell’uscita della grotta scaccia via l’ansia che ci opprimeva all’interno che si tramuta in gioia quando incontriamo i primi raggi di sole che danzano nell’acqua azzurra all’ingresso. Ci arrampichiamo direttamente sulla spiaggia con le attrezzature indosso e ci cambiamo nei locali del centro immersioni, a pochi metri dalla battigia.

Sipadan è tutta qui, una minuscola isola coperta dalla giungla fittissima e da pochi anni consacrata assolutamente alle immersioni subacquee. Tutto cominciò con il primo centro immersioni, aperto nel 1983, data d’inizio dell’incredibile fama che gli splendidi fondali dell’isola hanno conquistato ormai in tutto il mondo. Oltre al relax tra un’immersione e l’altra ci si può dedicare all’osservazione delle tartarughe che depongono le uova, naturalmente in compagnia di un ranger locale. La stessa persona che ci accompagnerà attraverso un sentiero nel cuore della giungla, illustrandocene tutte le forme di vita animali e vegetali. Una vacanza a Sipadan sarà, dunque, un periodo consacrato al mare e alla natura in un piccolo paradiso tropicale dove non esistono né bar né discoteche ed è il sole a scandire i ritmi della giornata.

NOTIZIE UTILI

Sipadan è un’isola minuscola, poco al largo di Semporna, sulla costa orientale dello stato di Sabah, nella parte malese del Borneo. Come accennato nel testo, la vita è improntata all’insegna della massima semplicità: chalet doppi con ventilatori a pale e servizi comuni. La cucina, davvero squisita, offre esclusivamente golose specialità orientali con servizio a self service. Sull’isola è previsto il soggiorno al Pulau Sipadan Resort per cinque notti in pensione completa. Le immersioni sono illimitate da terra (purchè si rispetti l’intervallo di un’ora tra l’una e l’altra) e tre dalla barca per giorno. Esistono degli spazi appositi per la ricarica di flash ed illuminatori; tuttavia in ogni bungalow ci sono prese di corrente già fornite di adattatore universale. Per immergersi è obbligatorio un brevetto subacqueo. Il pagamento degli extra può essere effettuato alla fine del soggiorno in dollari americani o malesiani, ma sono anche accettate le carte di credito. Sono possibili le comunicazioni telefoniche con l’Italia dall’isola.

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