Catamarani, una barca, due scafi

Specie in via di apparizione, i catamarani a motore stanno segnando una nuova tendenza che abbraccia dimensionalmente dal natante al megayacht: con tanti pregi e qualche difetto. È sicuramente l’ultima tendenza in atto, ma altrettanto sicuramente, dal punto di vista storico-nautico, il catamarano non è una novità. A scoprire che “two is meglie che one”, come recitava qualche anno fa il tormentone di una famosa azienda dolciaria, sono stati infatti navigatori antichi, e non poco, dato che possiamo risalire ai primordi della navigazione. Quando infatti gente che legava all’acqua la propria esistenza scoprì che la canoa era tanto bella quanto instabile, pensò bene di stabilizzarla aggiungendo un altro scafo, dando vita a quelle canoe a bilanciere diffuse da millenni sia nell’Oceano Pacifico sia nell’Indiano. E secondo la tradizione, la stessa parola catamarano deriva dai termini tamil (Ceylon) “kattu” legare, e “maram” (albero), sintesi di quelle imbarcazioni utilizzate fin dal V secolo a.C.. In realtà questo tipo d’imbarcazione, chiamato “proa” e particolarmente legato alle suggestive immagini polinesiane, non è esattamente un catamarano ma ne incarna perfettamente il principio. Un proa è infatti formato da uno scafo principale, che ospita carico ed equipaggio, e da un secondo scafo con compiti di stabilizzazione. Con barche di questo tipo gli antichi marinai degli arcipelaghi oceanici hanno commerciato, pescato e colonizzato per millenni, anche se le loro barche hanno poi pagato lo scotto di scarse capacità di carico e non hanno quindi mai trovato diffusione nella marineria occidentale, laddove invece le esigenze di carico erano commercialmente primarie. La stabilità, sia in navigazione sia a barca ferma, è però rimasta il principio base che ha portato ai moderni catamarani, conferendo loro prestazioni di alto livello dovute alla riduzione delle superfici immerse.

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