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Navigazione in Kenia tra le mangrovie sulle orme di Sinbad

La costa dell’Africa sud orientale era il regno di Sinbad e sono ancora i dhow, come quelli timonati dall’intrepido marinaio, a rappresentare la maggioranza della flotta locale

SULLE ORME DI SINBAD

Sulla costa settentrionale del Kenia, alle spalle di Lamu, un piccolo arcipelago consente una navigazione molto particolare ulla sabbia incontaminata della spiaggia di Malindi, allargata incredibilmente dalla bassa marea, solo un sentiero di orme indicava la nostra presenza, impegnati come eravamo a trasportare tutte le provviste nel punto in cui venivano caricate sul pram. Al largo, le prime luci dell’alba illuminavano appena la sagoma scura del dhow che sarebbe stato la nostra casa per la settimana successiva.

«Nessun problema, ragazzi, vi porto io con la mia barca in giro per le coste del Kenia» – ci aveva detto lo skipper con uno stretto accento genovese, mai perso nonostante viva da quindici anni a Malindi.

«Andate pure a fare le provviste nel mercato giù in fondo e ci vediamo domani mattina alle quattro sulla spiaggia; è meglio partire presto, il primo giorno di navigazione sarà lungo». Si era scatenata così la frenesia dell’acquisto: soprattutto biscotti e «bill tong», la carne secca africana, e tanti ananas e cocchi.

«Serviranno per dissetarci: due colpi con il lungo coltello masai ed è pronta una bella bevuta, molto meglio delle bibite che, comunque, saranno sempre fresche nella ghiacciaia, per chi proprio non si sa distaccare da queste frivolezze della civiltà. Il resto del cibo ce lo darà il mare: qui il pesce salta direttamente nella padella.»

L’alba ci aveva colti assopiti sulla spiaggia, in attesa della nostra guida. «Andiamo a chiamarlo», aveva suggerito il più sveglio della comitiva, e così i primi raggi di sole ci avevano sorpresi già accaldati a sistemare il bagaglio nei ripostigli dello scafo. La barca, del tutto rispondente ai canoni di spartanità degli scafi locali, mostrava la mano europea nella scelta dei materassini che coprivano le panche e nella presenza della colonnina della strumentazione del motore, un vero optional da queste parti, dove in mancanza di vento la sola forza motrice è quella delle braccia. I dhow, stretti discendenti dalle barche arabe, difficilmente sono pontati: il nostro, lungo una decina di metri, aveva soltanto un grosso gavone a prua ed altri sotto le panche, il resto era tutto aperto e tutto assolato. Per fortuna avevamo il tendalino e i nostri bei cappelli di paglia, molto larghi, quasi un ombrellone personale.

Finalmente, con il sole già alto, riusciamo a lasciare gli ormeggi: dobbiamo scordarci gli orari, qui il tempo ha un’altra dimensione, è solo un concetto molto astratto perchè … «Qui siamo in Africa».

Accompagnati dal ritmico brontolio del motore, cominciamo ad uscire dalla baia di Malindi; il vento è poco e comunque di prua: meglio avvantaggiarsi e aspettare più tardi ad aprire l’immensa vela latina che ora è strettamente legata al lungo picco con gerli di rafia. La rafia è utilissima qui a bordo e viene utilizzata per legare tutto, dal cappello alla valigia, dalla vela alla lenza, dove serve per ammortizzare il colpo dato dal pesce che abbocca e ad avvisare dell’avvenuto contatto. Il dondolio delle onde ed il rumore del motore conciliano il sonno. Ognuno ha preso la sua posizione: lo skipper è sul cassero e manovra la lunga barra con i piedi, guarda lontano, con gli occhi che sono solo due fessure tra le profonde rughe del viso. A prua, i due marinai locali dormono in posizioni incredibili e la donna dello skipper, eletta subito nostra hostess, sempre con una penna in mano, disegna scene di savana sulla sua agenda, mentre sorseggia nel posto più ombreggiato una coca ben ghiacciata: una vera artista. In mezzo, ammassati, noi ospiti siamo alla continua ricerca della posizione migliore, dove non arrivi il calore esuberante del sole.

Finalmente, in vista di un lembo di terra all’orizzonte, lo stroppo di rafia si rompe rumorosamente: ha abboccato. È un carangide di buona dimensione che ha avuto il merito di essersi accorto per primo quale stupendo oggetto avevamo preparato per lui: un cucchiaino trattato con un nastro adesivo catarifrangente bluastro, con un amo ad attacco eccentrico proveniente direttamente dalle Canarie. La festa della cattura dura solo pochi minuti; l’arma «definitiva» colpisce di nuovo una bella ricciola, quindi è la volta di un barracuda. Decidiamo che di pesce ce n’è a sufficienza e ributtiamo la lunga lenza solo per riavvolgerla meglio sul sughero. Niente da fare: l’amo non fa in tempo a toccare l’acqua che viene inghiottito da un’altra ricciola. Solita festa a bordo, ma basta con il pesce, è davvero troppo. Le difficoltà di riavvolgimento fanno ricadere l’amo in acqua ed ancora una volta una svelta ricciola è pronta ad assaporarlo. È un peccato ributtarla in mare, ma questa volta il riavvolgimento viene fatto molto attentamente in barca.

La striscia di terra vista in lontananza si rivela un paradiso. È Tenewe, un isolotto di sabbia e roccia dove, in stagione di pesca, vivono accampati alcuni pescatori. Fraternizziamo subito e ci accampiamo vicino a loro. Per la cena si offrono di cucinarci i nostri pesci e, in compenso, gliene regaliamo un paio. Sembra strano, ma questi pescatori non sono abituati a nutrirsi di pesce fresco, che pescano per il padrone della barca al quale lo devono consegnare. L’isola è molto piccola, e cambia molto il suo aspetto con la marea. La mattina, infatti, le nostre tende, piantate nella zona sabbiosa più alta, sono a pochi centimetri dall’acqua. Gli scogli che ci spalleggiano sono il rifugio di una numerosissima colonia di granchi che cercano di avvicinarsi al pesce messo ad essiccare sulle rocce. La bassa marea successiva mette in mostra le loro tane scavate nella sabbia, da dove agitano la chela più grossa. Navigando verso il canale di Lamu incontriamo molti dhow che navigano a vela: ma loro hanno il vento a favore, e al ritorno anche per noi sarà tutta una veleggiata. Sull’isola di fronte c’è un comodo albergo gestito da italiani, dove vengono organizzate immersioni sui posti più ricchi di fauna.

Decidiamo per Manda, dove vive la cernia gigante. Qui l’acqua è torbida, ma la guida locale è sicura di poter localizzare la secca. Scendono i primi, si immergono, ma dopo qualche minuto constatano che l’unica cosa sicura è che siamo a largo della costa africana. La secca viene poi trovata qualche centinaio di metri più a terra. La corrente è molta e la visibilità scarsa, ma le cernie giganti ci sono, insieme ad un’infinita varietà di carangidi di dimensioni notevoli. Ormai ci attende Lamu, la leggendaria città bianca, che ci appare sempre più vicina mentre arranchiamo contro corrente, a motore naturalmente, in mezzo a piccoli dhow con spericolati velisti abbarbicati su tavole di compenso, che ci superano divertiti salutandoci con grida gioiose. Il bianco delle case si fa man mano più grigiastro, e Lamu ci appare da vicino nella sua vera veste. La città non è come ce la immaginavamo: sull’isola non sono ammessi mezzi di trasporto meccanico: asini dappertutto, insieme a nugoli di bambini ed anziani in assoluto riposo. Tutto è sporco e fatiscente, ma si nota un’attività incessante prodotta dal continuo caricare e scaricare di dhow da trasporto lungo l’argine del canale, che partono poi velocissimi, naturalmente a vela, spinti per i primi metri a braccia dai passeggeri più robusti. Si vive solo in funzione della magica imbarcazione che fin dall’infanzia ha un posto preponderante nei pensieri di tutti: non a caso, il gioco più frequente tra i bambini di Lamu è quello di rincorrersi nell’acqua preceduti da un modellino di dhow più o meno rifinito, che fila velocemente spinto dal vento.

Per fortuna la nostra sosta è breve e ci dirigiamo subito verso Matondoni, abbandonando Lamu alle attenzioni di un turismo «alternativo» che vi trova la sua terra promessa. Ci inoltriamo, così, verso i canali delle mangrovie, dove il traffico è continuo: qui, in assenza di vento, il nostro motore ci rende la vita facile, mentre tutti gli altri spingono faticosamente sulle pertiche. Raggiungiamo velocemente Matondoni, la città famosa per i suoi cantieri di costruzione di dhow. In effetti, un paio di mastri d’ascia sono al lavoro, approfittando della bassa marea, intorno ad alcuni scafi. Non sono molto affabili. Gli scafi sono solo in restauro, ci dicono, e non è stagione di costruzioni.

Riprendiamo, dunque, la nostra navigazione tra i canali, con grande attenzione perché non conoscendoli si rischia con la bassa marea di rimanere in secco; ed infatti, una leggera scossa allo scafo ci fa capire che siamo in una saccatura di sabbia, senza possibilità di uscita se non attendendo la prossima marea. La pigrizia prende tutti, e solo quando la barca senza più acqua sotto lo scafo assume una posizione sbandata e scomoda, ci decidiamo a scendere e a raggiungere il villaggio, ormai a pochi passi da noi, attraverso la sabbia insidiosa del fondo del canale. A sera, finalmente liberi dalla presa, raggiungiamo una costa ridente, dove da qualche mese una famiglia di carpentieri è all’opera nella costruzione di un dhow. Il posto è bellissimo, ma l’hanno capito anche le zanzare che cercano in tutti i modi di cacciarci dal loro territorio.

Abbandoniamo solo la mattina dopo per dirigerci, tutti indolenziti, verso Kiwaiyn. Qui i nativi ci accolgono molto bene e ci vendono una buona quantità dei famosi granchi delle mangrovie, che vengono subito cucinati sulla spiaggia. Di notte, però, l’accampamento è visitato da un ospite attirato probabilmente dal carapace delle nostre cene. La mattina, il grido «Ci sono orme di felino intorno alle tende!» ci fa accapponare la pelle: ma anche in Africa, per fortuna, la maggior parte dei felini sono gatti. Meno felice è il risveglio dello skipper, che dorme in barca con la sua « hostess», e che si ritrova il pram affondato con il motore decisamente a molle, visto che le libagioni notturne gli hanno fatto dimenticare di issarlo a bordo, una precauzione necessaria non tanto per la presenza di eventuali predoni, ma perché la sua galleggiabilità era limitata a poche ore dalla mancanza di tenuta dei tappi e delle valvole. Ne approfittiamo per visitare il paesino, molto pulito, con artigiani al lavoro per la cucitura di vele e l’intreccio di immense stuoie. Il governo ha dotato di scuole tutti i centri abitati di una certa importanza, ma qui servono solo, neanche a farlo apposta, come stalle per un branco di asini.

Si prende la via del ritorno, e finalmente si può andare a vela; le operazioni per issare il picco ed aprire la tela sono lunghissime e minuziose: si mura un angolo sul corto bompresso, poi si borda la vela fissando la scotta su una bitta, ma il picco non regge all’emozione di essere finalmente utilizzato ed esplode, costringendoci a raggiungere al più presto Lamu, naturalmente a motore. Troviamo cataste di pali pronti ad essere trasformati in picchi, ma la scelta è lunga e consente a qualche dissidente di organizzare un veloce ritorno in aereo. Ovviamente l’aereo, prenotato e parzialmente pagato, non arriva all’aeroporto, così passiamo la notte di capodanno a Lamu e partiamo la mattina di buon’ora mentre la gente ancora festeggia l’arrivo dell’anno nuovo.

Il ritorno è naturalmente tutto a motore, ma la costa di Malindi ci accoglie con il primo sole dell’anno dopo una giornata di navigazione sotto la pioggia e senza vento. Di vela non si parla neppure, ma… «qui siamo in Africa», all’ombra delle mangrovie.

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