Charter in Nuova Zelanda, la baia delle isole

Ha la forma di un’Italia al contrario, ma e’ esattamente agli antipodi e quindi calda d’inverno, la Nuova Zelanda, dove tutti vanno a vela, ma quando vogliono andare proprio in vacanza scelgono la Bay of Islands

LA BAIA DELLE ISOLE

È certo che James Cook quando, arrivando per la prima volta in Nuova Zelanda, sbarcò proprio da quelle parti, pensò di essere arrivato in paradiso. Gli alberi originari erano soltanto sempreverdi e gli unici animali presenti, oltre a quelli che nuotavano, erano gli uccelli. Ma di tutto il paese, proprio lì a nord ovest, la Baia delle Isole è la più accogliente e desiderabile delle palestre veliche. E se lo dicono i neozelandesi che di navigazione se ne intendono davvero c’è da crederlo. Del resto avere trecento isole di cui solo cento hanno una qualche abitazione sopra, circoscritte da una baia grande poco più del golfo di Napoli, significa poter cambiare sempre ormeggio andando da un ormeggio all’altro, senza dover fare navigazioni di più di un’oretta. Il vento è costantemente sui quindici nodi ed il mare è naturalmente sempre calmo, visto che l’onda oceanica è ben frenata dalle altre isole.

Si raggiunge la Nuova Zelanda dall’Italia con una trentina di ore di viaggio. Air New Zealand o Cathay Pacific costano poco più di 2 milioni e mezzo. Arrivati ad Auckland ci sono ancora tre ore di macchina verso il nord e quindi verso il caldo per raggiungere Opua. Lì è la base Moorings, dove vi accoglierà Richard Ray il solerte direttore che vi affiderà al vostro skipper. La cambusa è già pronta, non serve altro che cambiarsi di abito e salire a bordo.

Se non siete in tanti è certamente consigliabile una barca medio piccola che pesca di meno, mena faticosa nella messa a punto delle vele e, perché no, anche meno costosa. John Taylor, il nostro comandante è un’inglese che, arrivato per turismo in Nuova Zelanda, non è più ripartito. La sua conoscenza delle baie più suggestive e dei passaggi più esaltanti è stata fondamentale per il rapido giro di ricognizione che volevamo fare. Così, dopo un piccolo scalo a Russell, una fetta di New England trapiantata, ci siamo diretti verso Pipi Bay a Motorua, dove John ci ha cucinato delle ottime bistecche al barbecue.

La barca utilizzata, un Hunter 336, è di una comodità strabiliante, soprattutto per l’immenso pozzetto e la cabina di poppa. Con randa steccata e rollafiocco, anche di bolina larga, fila ad oltre sei nodi. Tanto basta per sfruttare al massimo il vento costante e, se per caso si vuole risalire controvento, il potente motore consente la stessa velocità ed anche qualcosa di più.

Del resto le isole sono tutte vicinissime e le navigazioni non durano mai più di un paio di ore, se non per raggiungere Capo Brett, all’estremità della baia, dove c’è una specie di faraglione che sovrasta immense piantagioni delle grandissime e squisite cozze verdi. Lì vicino anche Bird Island tutta ricoperta di guano, ma meglio veleggiare nella zona ridossata dalle isole, dove la fastidiosa onda oceanica viene del tutto attutita.

Dietro all’isola di Urupukapuka si apre una delle baie più intime e profumate. Qui si pernotta senza tralasciare la succulenta cena che John ha cucinato a base di pollo ripieno. Purtroppo il tempo è tiranno c’è da tornare ad Auckland per assistere alla partenza del giro del mondo, ma l’ultima giornata ci riserva la sorpresa più gradita.

Motuarohia è forse l’isola più bella dell’arcipelago e non a caso fu qui che Capitan Cook mise per la prima volta il piede a terra, nella Baia delle Isole, nel novembre del 1769. L’enorme spiaggia è sormontata da una collina di circa cento metri, molto verde. La roccia che forma la spina dorsale dell’isola ha dei passaggi per il mare, che si allarga così tra la roccia e la spiaggia in due lagune. Delle vere piscine, da osservare in apnea, magari con una maglietta per evitare le ustioni che il sole, da queste parti, non si scorda mai di infliggere.

Il ritorno ad Opua è veloce, non ci si rende conto stando in quel paradiso di essere così vicini alla civiltà.

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